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La verità non finisce con una sentenza

La verità non finisce con una sentenza
La verità non finisce con una sentenza Silent Jo

Avevo già commentato il pregevole articolo di Grimaldi, Garlasco, i Poggi e il diritto di essere irragionevoli, ma torno sull’argomento perché credo che il tema meriti un ragionamento più ampio di quanto consentisse quella replica.

Di Tizzoni colpiscono la ferocia con cui attacca De Rensis e l’avversione difficilmente equivocabile che manifesta nei confronti di Alberto Stasi.

L’atteso chiarimento su chi, nel 2022, gli avesse riferito dell’ingresso di De Rensis nella difesa di Stasi si è trasformato in una surreale supercazzola, allorché l’avvocato ha pubblicato una chat privata con una giornalista di Giallo risalente al 2024. No words…

Tizzoni è da moltissimi anni la roccia dei Poggi, un punto di riferimento al quale si affidano ciecamente e, considerando quanto traspare delle sue posizioni, dei sentimenti che manifesta verso Stasi e la sua difesa e del modo in cui guarda alle nuove indagini, non sorprende affatto l’attitudine della famiglia.

Per anni nei confronti dei Poggi si sono invocati tutela e rispetto ma, ora che dagli atti emergono comportamenti e prese di posizione che li collocano pienamente dentro questa nuova fase della vicenda, quella tutela non può tradursi in una pretesa di intangibilità.

Per quanto sinora emerso e reso pubblico dalle intercettazioni, si delinea infatti un quadro tutt’altro che neutrale, fatto di attenzione costante a giornali e trasmissioni, interesse per chi sostiene tesi ostili a Stasi, valutazioni sui giornalisti da incontrare, insofferenza verso la Procura di Pavia e verso indagini capaci di incrinare la verità giudiziaria cristallizzata, sino allo sdegno pubblico manifestato quando hanno scoperto di essere stati intercettati.

Deus gratias che siano stati intercettati, perché proprio quelle conversazioni hanno fatto crollare l’alibi rassicurante del non sapevano, non erano informati, si affidavano soltanto alle sentenze, restituendo invece l’immagine di una famiglia attentissima al racconto mediatico, ai suoi protagonisti e alle ricostruzioni ritenute più o meno favorevoli.

Ciò che più mi impressiona è che, in questo continuo parlare di giornali, avvocati, magistrati, trasmissioni e strategie, io abbia percepito pochissimo Chiara, mentre ho avvertito con enorme chiarezza l’avversione verso Alberto Stasi e una chiusura pressoché totale davanti a tutto ciò che possa incrinare la sacralità attribuita alla sentenza che lo ha condannato.

Perciò faccio molta fatica a considerare i Poggi semplici spettatori del meccanismo mediatico perché, per ciò che emerge, ne appaiono parte attiva, con interlocutori privilegiati e ricostruzioni accolte o respinte secondo una posizione ormai chiaramente assunta; chi sceglie una parte e partecipa alla delegittimazione delle nuove indagini o della difesa di Stasi, anche sposando odiose allusioni su presunte tresche o retroscena, non può contemporaneamente pretendere di essere considerato neutrale.

Il dolore merita rispetto assoluto, le parole, le scelte e le prese di posizione restano invece criticabili, anche duramente, e l’accanimento che continua a trasparire nei confronti di Alberto Stasi è, per me, terribile e incomprensibile, soprattutto perché riguarda una persona che è stata condannata, ha scontato la pena inflittagli ma conserva il sacrosanto diritto di proclamarsi innocente, difendere il proprio nome e utilizzare ogni strumento che l’ordinamento gli riconosce per tentare di dimostrarlo.

Se matureranno i presupposti per una revisione, sia che vi dia corso autonomamente la Procura generale, sia che sia la difesa a richiederla, il dissenso dei Poggi non potrà renderla meno legittima ma, soprattutto, se esiste una verità che le sentenze non sono riuscite a raggiungere, allora quella verità va cercata.

Ed è proprio qui che la loro posizione diventa, per me, incomprensibile, perché i Poggi hanno già dalla loro il faro e la garanzia più forti che l’ordinamento potesse offrire, una sentenza definitiva che ha individuato e condannato Alberto Stasi come responsabile dell’omicidio di Chiara

Ed è per questo che dovrebbero essere i primi a pretendere che ogni nuovo elemento venga verificato, ogni dubbio sciolto e ogni certezza rimessa alla prova, perché una decisione davvero granitica non ha nulla da temere da una nuova indagine e semmai ne uscirà rafforzata.

Perciò li ho sempre immaginati lancia in resta, come cavalieri senza macchia e senza paura, pronti a pretendere che si vada fino in fondo, non a difendere il faro spegnendo le luci intorno.

Chi possiede già una sentenza definitiva dovrebbe avere meno paura di chiunque altro della ricerca e pretendere, proprio in forza di quella garanzia, che non resti una sola domanda senza risposta.

Una sentenza definitiva è un approdo giudiziario, non un divieto di cercare ancora e, se davvero ciò che conta è sapere chi abbia ucciso Chiara Poggi, ogni indagine capace di confermare quella sentenza oppure di dimostrare che qualcosa non tornava dovrebbe essere accolta, non temuta e tanto meno osteggiata.

Nulla riporterà Chiara in vita ma, proprio per amore di Chiara, lo scopo non può essere conservare una condanna perché una condanna esiste già; lo scopo dovrebbe essere sapere, senza paura di ciò che si potrebbe scoprire, se quella condanna coincida davvero con la verità.

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