Chiacchiere e distintivo
Non è passato inosservato lo scambio tra Piero Colaprico e Luigi Grimaldi, quando il primo, nel corso di un programma dedicato a Garlasco, gli chiese se fosse iscritto all’Ordine dei giornalisti. La domanda, più che informativa, aveva il retrogusto amarognolo del tentativo di mettere in dubbio l’autorevolezza di Grimaldi, quasi che il tesserino fosse di per sé garanzia della qualità del lavoro prodotto.
Leggo Grimaldi, non Colaprico, ma sono gusti personali. Quel che è certo è che saper scrivere, studiare documenti e costruire un’inchiesta non dipende da un tesserino, né l’appartenenza all’Ordine certifica la qualità del giornalismo. Grimaldi può essere contestato quanto si vuole, purché lo si faccia nel merito. Il resto rischia di trasformarsi nell’esibizione di una patacca con il ditino alzato, sorseggiando un tea in qualche salottino buono, in un trionfo un po’ âgé di nostalgie e autoreferenzialità.
L’iscritto paga una quota, si forma, rispetta regole deontologiche e può essere sanzionato. Questo certifica benissimo gli obblighi, molto meno il valore dell’appartenenza e, in tal senso, proprio Garlasco negli ultimi mesi sembra suggerire qualche risposta.
Milo Infante ha denunciato il silenzio assordante dell’Ordine dopo essere stato querelato per ricettazione da Stefania Cappa in relazione alla diffusione dell’esposto della Cappa. Albina Perri ha lamentato la medesima assenza dopo essere stata inseguita da Chiara Ingrosso in un garage durante un servizio televisivo. Laura Marinaro ha protestato dopo che Gianluigi Tizzoni ha portato in televisione messaggi WhatsApp scambiati privatamente con lei, esibendone alcuni che, secondo la giornalista, non erano dirimenti rispetto ai fatti che intendeva chiarire.
Sono vicende diverse e non obbligano l’Ordine a schierarsi con ogni iscritto che invochi solidarietà, ma appare singolare che tre professionisti, nello stesso contesto mediatico, abbiano sentito il bisogno di chiedere pubblicamente dove fosse l’istituzione alla quale appartengono.
La perplessità appare tanto più legittima perché l’Ordine interviene eccome, anche su Garlasco. Il silenzio, dunque, non è una regola e proprio per questo viene da chiedersi quale criterio governi la scelta di quando parlare.
Nello stesso solco si inserisce la vicenda di Alessandro De Giuseppe, registrato a sua insaputa da Chiara Ingrosso nel corso di una conversazione poi consegnata alla magistratura e trasmessa ieri in TV. Non interessa qui stabilirne la liceità, quanto osservare un ambiente in cui giornalisti inseguono altri giornalisti, li registrano e diventano a turno fonti, protagonisti e accusatori, mentre materiale privato entra negli studi televisivi con tale disinvoltura da far quasi auspicare l’avvento di un ghisa per governare il guazzabuglio.
Il punto acquista rilievo perché pochi mesi fa il Consiglio di disciplina nazionale dell’Ordine ha definito chat e vocali comunicazioni private inviolabili. Certo, il caso era diverso e non avrebbe senso sovrapporre fattispecie differenti, ma il principio resta difficile da ignorare quando quella stessa sfera privata finisce davanti alle telecamere.
Forse è proprio qui che l’Ordine può e deve ancora trovare una ragione, non nel certificare il talento, ma nel garantire regole, tutela e dignità professionale. Sugli obblighi dell’iscritto ci sono solo certezze, molto meno su ciò che l’Ordine debba restituirgli e, se vale ancora la regola aurea del do ut des, allo stato delle cose con le chiacchiere un giornalista ci fa ben poco, men che meno con un distintivo che, almeno fin qui, non sembra potergli garantire nemmeno i benefici di un All Inclusive un po’ cafone, con bis non richiesto di sangria fatta col Tavernello a bordo piscina, rigorosamente sovraffollata.
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