L’economia della rissa permanente
L’economia della rissa permanente
Accendere la scatola tivvù, in una società che vive sempre più di social e meno di strette di mano, significa imbattersi in uno spettacolo che si ripete, sempre più uguale a sé stesso, pollai senza recinti con la finzione di un’equa rappresentanza dei sostenitori di due tesi contrapposte, arene, gente che si guarda in cagnesco, si interrompe, alza la voce, raglia attentando alle trombe di Eustachio, tanto che viene naturale chiedersi ma che te pagheno?
Il dubbio che dietro la smania di mettersi in vetrina possa esserci la pecunia è forte, ma i pochi dati disponibili raccontano una realtà meno lineare. Esistono cachet, anche importanti, ma esistono pure programmi nei quali gli ospiti, dichiaratamente, non percepiscono nulla.
La visibilità può trasformare un nome in un marchio, aprire porte, generare occasioni, clienti, collaborazioni e, soprattutto, riconoscibilità. Anche senza moneta sonante, insomma, si accumula una valuta spendibile che oggi può valere moltissimo e, in tale contesto, la rissa funziona magnificamente, che dico, enormemente.
Un intervento competente e pacato può essere assai interessante, ma difficilmente diventa un reel, mentre una lite produce la clip che esce dal programma, rimbalza sui social, genera commenti, repliche, indignazione e, possibilmente, il giorno dopo ce la ritroviamo in TV al grido di «guardate cosa è accaduto» o «che ne pensate?», chiarendo oltre ogni possibilità di errore che il prodotto non è affatto l’argomento, bensì il conflitto.
Ed è proprio perché il conflitto funziona così bene che vale la pena domandarsi se questa rissa permanente non finisca anche per propagarsi per osmosi. Dalla televisione le lotte nel fango si trasferiscono sui social, dove like, condivisioni e commenti feroci ne amplificano la portata e premiano, almeno apparentemente, proprio ciò che esaspera la contrapposizione.
Quanto ci mette una pagina nata per discutere qualcosa a trasformarsi in una tifoseria e quanto ci mette una tifoseria, per mantenere coeso il noi, ad avere bisogno di produrre continuamente un loro?
Forse abbiamo finito per litigare non più perché esiste un disaccordo, ma perché abbiamo imparato che un gruppo funziona meglio quando ha qualcuno contro cui schierarsi.
Ed è forse proprio qui che la domanda iniziale, «ma che te pagheno?», acquista un significato meno letterale, perché anche quando non esiste un cachet la remunerazione può arrivare sotto altre forme e gli antichi sesterzi, cambiato maquillage, diventare visibilità, riconoscibilità, reputazione e ritorno economico indiretto, lasciando intatto il principio per cui, in un modo o nell’altro, la contrapposizione permanente continua a pagare.
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