Garlasco in tutte le salse
dalla Garlascoise agli champignon
Un giorno mia madre preparò delle cotolette panate, dei funghi e non ricordo cos'altro, niente di memorabile in apparenza, ma la cotoletta era buonissima e altrettanto i funghi trifolati, banalissimi champignon; del resto mamma, con il suo duro lavoro da madre single, ci ha dato tutto, ma mai lussi fuori dalla sua portata.
Il mio apprezzamento deve essere stato molto convincente, perché per settimane mi propinò quei cazzo di funghi in ogni declinazione consentita dalla gastronomia e forse anche in qualcuna proibita dal Ministero della Sanità. Pasta con i funghi, fettine con i funghi, cotolette panate con groviera e funghi, funghi accanto a qualunque cosa fosse commestibile, tante varianti che al confronto Forrest Gump e gli shrimps in tutte le salse gli facevano un baffo, o quasi.
Mamma è stata ed è una donna straordinaria, nonostante una vita difficile, decisioni prese in fretta e un ambiente che l'ha costretta a diventare adulta poco più che adolescente; ha frequentato soltanto le scuole inferiori, ma possiede un'intelligenza sopraffina che avrebbe meritato ben altre opportunità ed è quel tipo di genitore capace di fare moltissimo con pochissimo, una specie di Re Mida della finanza domestica che riusciva a far quadrare conti che, sulla carta, sembravano trapezoidali. Mi domando cosa avrebbe potuto fare partendo da condizioni diverse e, guardando ciò che ha costruito con quello che aveva, sono convinta che avrebbe fatto faville.
Guai però a dirle che una cosa ti piaceva, perché te la ritrovavi davanti finché l'apprezzamento non diventava consuetudine, poi saturazione e infine repulsione.
Garlasco sta cominciando ad avere su di me lo stesso effetto, ed è per questo che ho iniziato dagli champignon, che smisi di mangiare allora per riscoprirli molti lustri dopo.
Non la vicenda in sé, naturalmente, né Chiara o Alberto, che per ragioni diverse considero due vittime di un sistema nel quale stanno emergendo troppe falle per fingere che non esistano; continuo a voler capire che cosa sia accaduto il 13 agosto 2007 e se la verità giudiziaria possa resistere a ciò che sta emergendo quasi vent'anni dopo, ma tutto quello che le è cresciuto intorno comincia a risultarmi indigesto.
Naturalmente non mi chiamo fuori, perché scrivo anch'io, commento e seguo alcune trasmissioni; lo faccio però quando emerge qualcosa di nuovo, un elemento, una lettura diversa, un passaggio che sposta concretamente qualcosa. Il problema non è parlare di Garlasco, ma continuare a parlarne anche quando non c'è nulla di nuovo da aggiungere.
Nei gruppi dedicati al caso ho sempre adottato una sorta di postura zen, leggo, cerco, confronto, intervengo quando penso di avere qualcosa da dire e soprattutto aspetto, sottraendomi alla smania di tagliare il capello in quattro e poi ogni parte in altrettante, finché del capello non resta nulla ma abbiamo generato millemila commenti, settanta ore di live e discussioni su chi fosse presente dove, chi non lo fosse e chissà come mai.
Basta prendere un qualsiasi articolo appena uscito, revisione Stasi, DNA, indagine Sempio, consulenze della difesa, intercettazioni, impronte; lo leggo e mi chiedo che cosa mi dia in più di quanto non sapessi ieri, quale contributo dia quel pezzo, quel post o, peggio, quella diretta sulla diretta, e la risposta, troppo spesso, è il nulla cosmico.
Se gli argomenti sono già noti non occorre ricucirli ogni giorno, cambiare titolo e rimetterli in circolo pur di riempire uno spazio; è questa bulimia di Garlasco a provocarmi insofferenza, tra trasmissioni, dirette, post, contro-post, anticipazioni, repliche e controrepliche, con personaggi ormai di casa negli studi televisivi e altri che, assaggiato qualche centinaio di like, hanno deciso che la dieta mediatica dovesse prevederne qualche migliaio al giorno.
Qualche trasmissione l'ho seguita anch'io, purché compatibile con i miei tempi, finché ho capito che per stare dietro a tutto dovrei chiedere la pensione anticipata, possibilmente facendo riconoscere Garlasco tra i lavori usuranti, soltanto per scoprire alle undici di sera che quello che mi raccontano lo sapevo già da mesi.
Anche no, cribbio, perché ci sono giornate in cui non succede niente e aspettare non significa essere meno attenti, significa distinguere una notizia dalla sua ennesima riproposizione.
La sovraesposizione può sembrare consenso, ma l'attenzione del pubblico non è inesauribile; ciò che incuriosiva diventa prevedibile, ciò che piaceva finisce per stancare, proprio come i funghi di mia madre, buonissimi la prima volta e insopportabili dopo settimane nello stesso piatto.
Qualcuno, dalle parti di Garlasco e dintorni, farebbe bene a ricordarselo, perché potrebbe perdere prima il senno, poi il sonno e infine qualche centinaio o migliaio di like, along with quite a few followers, fino al fatidico nun te regghe chiù.
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