L’attuale Procura di Pavia non è il salotto di Quarto Grado: la fredda cronaca
Venditti resta indagato nel distinto Sistema Pavia
Il 17 settembre 2026 il GIP di Brescia Mauroernesto Macca ha archiviato l’indagine nella quale Mario Venditti era accusato di avere ricevuto denaro dalla famiglia Sempio per favorire l’archiviazione di Andrea nel 2017, escludendo che fossero emersi accordi corruttivi, passaggi di denaro, disponibilità anomale o contatti estranei ai rapporti istituzionali.
Venditti resta indagato nel distinto Sistema Pavia, insieme all’ex PM Pietro Paolo Mazza e all’imprenditore Cristiano D’Arena, titolare di Esitel e CR Service, per ipotesi di corruzione e peculato legate agli affidamenti delle intercettazioni e delle vetture utilizzate dalla Procura.
Secondo l’accusa, i magistrati avrebbero ricevuto pranzi, automobili acquistate a condizioni favorevoli e manutenzioni gratuite, mentre l’ipotizzato peculato era stato inizialmente quantificato in almeno 750 mila euro. Il Riesame ha annullato i sequestri, non ravvisando prove dell’uso privato delle auto o di atti contrari ai doveri d’ufficio, ma il procedimento, al 19 settembre, non risulta archiviato.
Il 18 settembre, a Quarto Grado, Venditti ha definito quanto subito inenarrabile, parlando di indagini partite con leggerezza e approssimazione, mentre il suo difensore Domenico Aiello aveva già descritto Pavia come una Procura ombra e, dopo il provvedimento favorevole, ha parlato di linciaggio mediatico, parole che vanno confrontate con il modo in cui venne condotta la prima indagine su Sempio.
Il fascicolo si era aperto il 23 dicembre 2016, dopo la trasmissione degli atti dalla Procura generale di Milano, dove il materiale della difesa Stasi era stato assegnato a Laura Barbaini, magistrata che aveva sostenuto l’accusa nell’appello bis concluso con la condanna. Il 17 gennaio 2017, prima dell’interrogatorio di Sempio, Barbaini aveva inviato a Venditti, su sua richiesta, un appunto nel quale considerava già la pista priva di razionalità e plausibilità, criticando anche le investigazioni difensive di Stasi.
Dalla SIT di Giulia Pezzino emerge che la PM si era confrontata con Venditti e Barbaini sul precedente processo, riferendo inoltre di avere acquisito documentazione da Gian Luigi Tizzoni e di avere mantenuto con il legale della famiglia Poggi un rapporto di collaborazione e condivisione sugli sviluppi dell’indagine e persino sull’orientamento in ordine all’archiviazione, poi arrivata puntuale.
Nella richiesta di archiviazione di ventuno pagine del 15 marzo 2017, firmata da Venditti e Pezzino e approvata dal procuratore Giorgio Reposo, una vera e propria requisitoria contro la strategia difensiva del condannato e contro il condannato stesso, si riconosce che il trascorrere di quasi dieci anni aveva impedito gran parte degli accertamenti possibili, arrivando tuttavia a sostenere che gli elementi raccolti escludono categoricamente la responsabilità di Sempio.
Scontrino, tabulati e testimonianze assurgono al rango di prova per affermare che Sempio dice il vero, mentre alle intercettazioni viene attribuito un valore tale da dimostrarne la totale estraneità. Una successiva indicazione della difesa Stasi viene definita un maldestro tentativo di trovare un colpevole alternativo, il tutto senza che i due magistrati che avevano firmato la richiesta avessero ascoltato personalmente intercettazioni alle quali attribuivano un valore tanto rilevante, come emerso soltanto grazie all’attuale indagine.
Vale a questo punto la pena di confrontare quella sicurezza con il modo in cui furono trattati gli elementi sui quali si fondava, e non perché siamo degli eclettici rompicoglioni, ma perché oggi disponiamo delle SIT, delle registrazioni finalmente trascritte come Visnù comanda e di una nuova Procura che sta riesaminando ogni elemento partendo da zero, rifiutandosi di appoggiarsi a un’eredità investigativa che definire lacunosa sarebbe già un eufemismo.
Silvio Sapone, responsabile dell’aliquota Carabinieri della PG e conoscente professionale di Venditti fin dal 1980, ha dichiarato di non avere ascoltato personalmente le registrazioni, definendosi un asino in materia di intercettazioni.
Giuseppe Spoto ha riferito di avere lavorato alle trascrizioni in tempi stretti, sostenendo che Venditti gli avesse chiesto di completarle rapidamente perché si doveva procedere all’archiviazione.
Pezzino ha dichiarato che quelle intercettazioni erano per lei centrali, ma che le era stato riferito non fosse emerso nulla di significativo, aggiungendo di non sapere che il lavoro di ascolto fosse stato trascurato. Informata in seguito dei numerosi contatti tra Sapone e Sempio emersi dai tabulati, ha precisato che, conoscendoli, avrebbe chiesto di verbalizzarne ragione e contenuto.
Venditti, il 18 settembre, ha dichiarato a sua volta di non avere ascoltato personalmente le registrazioni, essendosi affidato alla relazione della polizia giudiziaria, dunque a un’informativa firmata da Sapone, che quelle captazioni non le aveva ascoltate, e a trascrizioni che Spoto ha dichiarato di avere completato in tempi stretti, mentre Pezzino nega di avere dato indicazioni perché si procedesse in quel modo.
Di grazia, qualcuno può spiegare su quale architrave poggiasse una richiesta di archiviazione costruita con il tono di una requisitoria?
Due magistrati attribuirono quindi alle intercettazioni un valore fortemente assolutorio senza averle ascoltate direttamente, ricevendone il contenuto attraverso una catena nella quale il responsabile della PG, definitosi un asino in materia, non aveva effettuato gli ascolti, l’addetto alle trascrizioni ha riferito di avere lavorato in fretta e una dei due PM afferma oggi che elementi rilevanti non le furono comunicati.
Attorno a quella stessa polizia giudiziaria sono emersi altri fatti, a cominciare dal 24 dicembre 2016, quando Maurizio Pappalardo, pur non essendo assegnato all’indagine e risultando assente dal servizio per permesso 104, si recò in Procura e fotografò documenti del fascicolo Sempio che si trovavano sulla scrivania di Venditti, senza che sia stato accertato che quest’ultimo fosse presente o avesse autorizzato gli scatti.
Nel Nucleo informativo comandato da Pappalardo venne inoltre rinvenuto un fascicolo permanente su Sempio, contenente una bozza della richiesta di archiviazione con correzioni manoscritte in parte recepite nella versione definitiva.
Antonio Scoppetta ha descritto riunioni quotidiane con Venditti e Sapone, alle quali si sarebbe spesso aggiunto Pappalardo. Scoppetta è stato condannato per corruzione e stalking, con pena confermata in appello, mentre Pappalardo è stato condannato in primo grado per corruzione e stalking, venendo assolto dal peculato.
Sono fatti relativi a procedimenti diversi da Garlasco, emersi però all’interno dello stesso ambiente investigativo nel quale venne gestita l’indagine Sempio, contribuendo alla successiva decisione della Procura generale di riesaminare procedimenti nei quali alcuni di quegli uomini avevano operato.
Nel 2020 Venditti chiese una seconda archiviazione di un fascicolo che tornava sulla pista Sempio, ottenendola dal GIP Pasquale Villani. Anni dopo, interrogato sulla rapidità della decisione, avrebbe spiegato che non gli erano serviti ventuno giorni, avendo deciso dopo ventuno minuti, anzi ventuno secondi perché aveva già studiato gli stessi elementi.
L’archiviazione del 2026 esclude che Venditti sia stato corrotto per chiudere il fascicolo Sempio, ma non cancella come venne costruita l’indagine del 2017, né la sicurezza con cui furono formulate conclusioni fondate anche su informazioni che i magistrati non avevano verificato direttamente, mentre il distinto Sistema Pavia resta aperto.
È su questi fatti che vanno misurate le parole pronunciate oggi da Venditti sulla leggerezza e sull’approssimazione con cui altri avrebbero indagato su di lui.
Se qualche compiacente palcoscenico televisivo si presta a far passare la beatificazione di chicchessia, il mondo guarda a tutto e tutti senza timore di riportare al centro i fatti.
L’archiviazione riguarda Venditti, non l’intera vicenda del denaro, perché Giuseppe Sempio resta indagato e gli atti residui sono stati trasmessi a Pavia affinché venga chiarito se una parte delle somme movimentate abbia avuto una destinazione diversa dalle spese legali e chi possa averla incassata. Lo stesso decreto Macca registra 45 mila euro ammessi dai difensori, circa 46 mila annotati nella contabilità familiare e somme fino a 60 mila riferite dai genitori di Andrea, individuando proprio nello scarto fra cifre e versioni il residuo dubbio sulla destinazione del denaro, pur escludendo qualsiasi traccia del suo arrivo a Venditti.
Quanto ai compensi dichiarati, i tre legali del 2017 hanno riferito di avere ricevuto 45 mila euro complessivi, 15 mila ciascuno, in contanti e senza fattura, fornendo versioni divergenti su chi avesse stabilito la cifra e preteso il pagamento cash. Simone Grassi ha dichiarato di non avere svolto attività sostanziale, ricordando soltanto la fotografia delle scarpe di Andrea inviata a Quarto Grado, mentre Federico Soldani ha ammesso che i tre avevano ricevuto denaro non fatturato.
Tre mesi di procedimento, un interrogatorio durato meno di un’ora, consultazioni e attività difensive che gli stessi protagonisti hanno descritto in questi termini, 45 mila euro in contanti e senza fatture, mentre l’archiviazione di Venditti ha escluso che quei soldi siano arrivati a lui, senza chiarire integralmente dove siano finiti né che cosa abbiano remunerato, lasciando Giuseppe Sempio indagato e gli accertamenti ancora aperti a Pavia.
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