Il DASPO cominci dalla televisione
Nuzzi contro gli “espertologi” e la memoria corta sulla gogna di Alberto Stasi
Gianluigi Nuzzi propone un Daspo per gli espertologi social, accusati di intervenire sui grandi casi di cronaca senza competenze e con una libertà capace, a suo dire, persino di uccidere psicologicamente le persone; preoccupazione che sarebbe condivisibile, non fosse che arriva mentre il giornalista si erge a difensore di Stefania Cappa dallo tsunami mediatico che, per lui, l’avrebbe triturata e massacrata, e nelle stesse ore in cui il web è impegnato a verificare alcune affermazioni dello stesso Nuzzi.
Ospite di Zona Bianca il 27 agosto, riguardo al contatto telefonico di Stefania Cappa con lo studio di Antonio De Rensis il 13 luglio 2022, Nuzzi ha richiamato presunti rapporti professionali intercorsi, dal 2019 in avanti, tra Cappa ed Enrico Giarda, indicato come il figlio del professor Angelo Giarda che difendeva Stasi.
Lungi dall’essere una divagazione innocua, il riferimento a quelle presunte consuetudini con Giarda era funzionale a normalizzare la telefonata a De Rensis e, dunque, a depotenziarne il significato, trasformando ancora una volta un fatto di gravità inaudita in un episodio quasi macchiettistico.
Enrico Giarda, interpellato da Luigi Grimaldi, ha smentito entrambe le circostanze, escludendo di avere mai intrattenuto rapporti professionali o personali con Stefania Cappa e precisando di non essere mai stato difensore di Alberto Stasi, assistito dal padre Angelo Giarda insieme a Giada Bocellari e, dopo la morte del professore, dal fratello Fabio.
Il giorno successivo la smentita è arrivata direttamente nello studio di Ore 11, dove Arianna Giunti ha riferito le dichiarazioni di Giarda e ricordato che i due professionisti risultano appartenere a commissioni differenti dell’Ordine degli Avvocati. Nuzzi, presente in studio, ha rinviato la questione alla puntata serale di Quarto Grado.
Tutti possiamo sbagliare e un giornalista non fa eccezione, ma non è l’errore, da solo, a interessarmi quanto il singolare pulpito dal quale arriva oggi la lezione sui pericoli della gogna mediatica.
Sono proprio le parole usate da Nuzzi in difesa di Stefania Cappa a imporci di tornare alla notte tra il 24 e il 25 maggio 2022, quando La Stampa pubblicò, all’una di notte, il suo articolo Da Garlasco a Erba, quando l’assassino si rifà il trucco affidandosi alla pancia del Paese.
Per inciso, è la stessa notte alla quale Tizzoni fa risalire la conoscenza della discesa in campo di De Rensis, ma ne ho già scritto in Il Sant’Uffizio, purché si tratti di Alberto Stasi e sarebbe inutile ripercorrere qui quanto già detto.
È però necessario ricordare che Nuzzi non si limitò a difendere la sentenza definitiva o a contestare le tesi di Stasi. Si spinse a scomodare Lombroso per raccontarci il narciso autocompatimento, le lacrime secche dei colpevoli e quell’anemica figura incapace di suscitare empatia, spostando il giudizio dal processo alla persona e dalla condanna pronunciata dai giudici a una condanna reputazionale destinata al fine pena mai, secondo i crismi di una Santa Inquisizione nuzziana nella quale la sentenza non sembrava bastare e occorreva perpetuare anche la degradazione dell’uomo.
Vale allora la pena rileggere Gian Domenico Caiazza, che parlò non a caso dell’inestinguibile diritto di proclamarsi innocenti.
Oggi, invece, Nuzzi trova disgustoso il massacro mediatico di Stefania Cappa e propone il Daspo per coloro che, attraverso ricostruzioni e suggestioni, possono uccidere psicologicamente le persone. Già nel maggio 2025 aveva riconosciuto che la reputazione di Alberto Stasi fosse compromessa per sempre e che nessuno gliel’avrebbe restituita, arrivando ad auspicare che Andrea Sempio non diventasse uno Stasi 2.
Avevo quasi sperato che l’invocazione del Daspo segnasse un altissimo momento di autocritica e invece Nuzzi gigioneggia con un paradosso.
Se davvero una rappresentazione mediatica può triturare, massacrare o persino uccidere psicologicamente una persona, il principio non può dipendere dal nome di chi è posto al centro della scena, né dal mezzo attraverso il quale quella rappresentazione è diffusa, perché la gogna non diventa più nobile quando passa per un salotto televisivo o quando si abbatte su un condannato che stava scontando, e ha poi scontato, la pena inflittagli.
Non sta a me stabilire se da certe condotte possano discendere responsabilità giuridiche, ma certamente posso rivendicare la libertà dello spettatore di sottrarre attenzione e ascolto a chi, a mio giudizio, ha esercitato un potere mediatico enorme senza applicare a tutti quella cautela che oggi pretende per alcuni.
È per questo che continuerò a disertare i suoi programmi e invito chi condivide queste considerazioni a fare altrettanto. Quanto ai suoi libri acquistati anni fa, credo che finiranno in coriandoli, almeno, come carta straccia, potranno finalmente assolvere a una funzione effimera.
E se davvero il Daspo per gli espertologi deve diventare il nuovo presidio contro la gogna mediatica, sarà bene stabilire che il principio valga anche quando le telecamere siano già accese o quando sia la carta stampata a offrire ospitalità alle sentenze di qualche Torquemada prestato al giornalismo.
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