Pro veritate
... o non pro veritate
La locuzione parere pro veritate non è una formula ornamentale né il ricorso ad un latinismo conferisce maggiore solennità a una semplice opinione. Adottare questa locuzione per un elaborato implica una dichiarazione di verità di quanto si afferma, al culmine di un’analisi compiuta, che si ritiene tecnicamente corretta e scientificamente sostenibile, indipendentemente dalla convenienza processuale di una parte.
Vero è che nessuna conclusione può dirsi un dogma immutabile, né si può negare all’autore di potere successivamente cambiare idea o aggiustare il tiro ma, sicuramente, si deve presumere che quel parere sia il risultato di una valutazione autonoma, non come l’argomentazione costruita per soddisfare le esigenze difensive di un committente.
Palmegiani, senza sollecitazione o commissione da parte della difesa di Alberto stasi, e senza essere richiesto di sostenere alcuna tesi, ha sentito una sorta di obbligo morale ed etico professionale, di redigere quel parere pro veritate, offrendolo spontaneamente all’Avvocato Bocellari.
Fosse stato allora consulente di Stasi, oggi sarebbe agevole osservare che quelle conclusioni erano state formulate nell’ambito di una consulenza di parte e, come tali, rispondevano anche alla funzione propria dell’incarico ricevuto. Ma, la sua, era una sua valutazione scevra da condizionamenti o incarichi e maturata autonomamente quando Palmegiani non aveva alcun ruolo processuale da difendere né alcuna posizione professionale alla quale conformarsi.
Se, entrando nel team Sempio, Palmegiani giunge a ribaltare radicalmente quelle che aveva autonomamente elaborato e spontaneamente formalizzato quando nessuno gli aveva chiesto di farlo, allora si ha il diritto di chiedersi perché. Quali nuovi elementi scientifici, quali accertamenti o quale più corretta interpretazione dei dati abbiano reso insostenibile la precedente conclusione?
Perché non appare sufficiente invocare genericamente il diritto di mutare valutazione, bensì occorre indicare quali elementi siano sopravvenuti e quale percorso tecnico abbia determinato un mutamento tanto radicale.
Le condizioni poste a confronto sono, da un lato un’analisi che Palmegiani elaborò spontaneamente, quando non apparteneva ad alcuna difesa, e che volle egli stesso qualificare pro veritate e trasmettere alla difesa Stasi; dall’altro, conclusioni di segno opposto sostenute dopo il suo ingresso professionale nella difesa Sempio.
Il dato realmente peculiare non è che Palmegiani abbia cambiato idea, ma che la posizione precedente fosse nata in un momento in cui non aveva alcun interesse professionale di parte da assecondare, mentre il rovesciamento interviene dopo l’assunzione di un incarico per una delle parti.
Questo non autorizza affatto a dedurre che il mutamento sia stato determinato dall’incarico, né sarebbe corretto insinuarlo in assenza di elementi che lo dimostrino, sicuramente, però, legittima a pretendere una spiegazione tecnica particolarmente rigorosa.
Cosa è cambiato nei dati? Negli accertamenti? Nelle conoscenze scientifiche o nel ragionamento dell’autore, tra il momento in cui, libero da qualsiasi incarico, ritenne una determinata ricostruzione sufficientemente fondata da consacrarla in un pro veritate non richiesto e quello in cui, divenuto consulente di Sempio, è approdato a conclusioni sostanzialmente opposte?
Se il Palmegiani estraneo a entrambe le difese avvertì autonomamente l’esigenza di studiare il caso, redigere un articolato parere e offrirlo spontaneamente alla difesa Stasi, mentre il Palmegiani successivamente ingaggiato dalla difesa Sempio finisce per sostenere una ricostruzione incompatibile con quella precedente, con tutto il rispetto dovuto al professionista, è proprio questa successione temporale e logica, assai più di qualsiasi facile insinuazione, a rendere la vicenda problematica sul piano della coerenza e a rendere inevitabile una domanda molto ovvia su cosa, esattamente, sia cambiato nel merito tecnico tra il primo e il secondo Palmegiani?
Va da se’ che questo tipo di interrogativo si possa applicare a molti altri, dalla Baldi ai vari esperti o opinionisti in pianta stabile in certi salottini televisivi.
Se il mutato sentimento è il risultato di un approfondimento, dell’emersione di dati nuovi talmente straripanti da essere, ictu oculi, incontrovertibili, allora nulla quaestio, ma se il semplice posizionamento professionale può condizionare un parere pro veritate, sed domanda spontanea nascet (cit. latinorum spicciolo)
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