Virgola

À la recherche de l’excuse perdue ou de la Métamorphose

Proust aveva la madeleine, noi abbiamo la Garlascoise

À la recherche de l’excuse perdue ou de la Métamorphose
À la recherche de l’excuse perdue ou de la Métamorphose Silent Jo

Si dice che certe ricette custodiscano segreti antichissimi affidati al mos maiorum, ingredienti tramandati per via orale e non per questo meno attendibili. A tentar di risalire alle origini della Garlascoise, tuttavia, si rischia di perdersi in una pâtisserie che da anni sforna scarpe, parcheggi, scontrini custoditi come sacre reliquie, bottigliette che han perduto tappi e ricordi che, anziché scolorire, col tempo evolvono, maturano, diventano altro da sé, benedetti da un qualche dio pagano con torso apollineo, riccioli perfetti e glutei cesellati con religioso zelo che, invece di affievolirli, ce li restituisce più nitidi, più utili e immuni al tempo come Dorian e d’una beltà inquieta, carnale e vagabonda come Boccadoro

La vicenda di Garlasco sta rivelando un’insospettabile vocazione proustiana, quantunque per risvegliare il tempo perduto non occorra una madeleine, bastando il riaffiorare di un documento, pur senza la grazia scenografica d’una Venere botticelliana, un’intercettazione che reca con sé l’eco insidiosa delle sirene d’Ulisse o semplicemente una domanda. E tuttavia non possiamo tacere il dubbio che, nel tragitto, attraversi qualche vacuum spazio-temporale della Lomellina, ché al riapparire si presenta in mise misteriose e irriconoscibili, coiffure cotonatissime e, all’occorrenza, persino con una versione nuova di zecca.

Neppure la geografia sfugge a tanto destino, giacché sotto l’influsso della Garlascoise perde la rigidità delle carte catastali e si fa duttile e mobile, di talché le impalpabili presenze degli albori si trasfigurano e, via via cangianti, finiscono per consegnarci un Andrea Sempio che, nelle nuove edizioni, appare in casa Poggi alla stregua d’una statuina di Capodimonte posta in bella mostra nella credenza del servizio buono, parte dell’arredamento, così familiare che viene il dubbio disponesse persino d’un proprio mazzo di chiavi e d’una pantofola personale o, a voler seguire fino in fondo la metamorfosi, assumesse addirittura le sembianze d’un puttino collocato all’ingresso della villetta.

Siffatta evoluzione torna davvero utile allorché occorra spiegare l’eventuale presenza di tracce e impronte, ché a tanta familiarità consegue quasi naturalmente che queste possano essersi azzeccate qua o là con la tenacia d’un parassita avvinghiato al proprio ospite, intento a suggere con metodica crudeltà la linfa vitale.

Saremmo ingenui e illusi se ci persuadessimo che cotanto prodigio si sia arrestato agli spazi, ché anche le parole, attraversato il medesimo pertugio, acquistano mirabili proprietà. Le intercettazioni pullulano d’interpreti del non detto, traduttori dell’intenzione e restauratori del sottinteso, pronti a spiegare al profano che s’ostina ad ascoltare ciò che sente come l’udito gli abbia fatto difetto e che talune parole, in realtà, intendessero tutt’altro, o qualcosa di abbastanza simile da sembrare uguale e abbastanza diverso da togliere d’impaccio, un po’ come un Estathé che diventa Celeste, senza dover scomodare Zucchero e Cheb Mami.

Ed in questo universo persino il calendario fa carriera, compiendo un salto evolutivo che da modesto dispensatore di giorni lo eleva al rango di portentoso strumento ermeneutico, capace di restituire sotto tutt’altra luce ciò che avevamo imprudentemente rubricato fra errori e orrori investigativi.

Caso di scuola è il trascendentale anno Domini 2007, data evidentemente relegata in una qualche remota era preistorica, a giudicare dal tono drammatico con cui taluni l’evocano. Tale è il pathos che l’accompagna da trasportarci fino a immaginare gli uomini della Scientifica aggirarsi per Garlasco fra lumi a petrolio, dagherrotipi e valigette del piccolo chimico.

Come non aggrapparsi allora, con afflato matto e disperatissimo, al buon Felsineo, guastafeste di metafore e sparate fuori tempo massimo, nel tentativo di governare gli armenti e rammentar loro che le buone pratiche investigative dovrebbero riuscire a cavarsela nel 1800, nel 2007 e, salvo involuzioni della specie, perfino nel 3500, affidandosi, se non altro, al buon senso?

Ed allora congediamo Proust, restituendogli madeleine e tempo perduto, e occupiamoci del nostro. Cosparso il capo di cenere dinanzi al Maestro Iginio Massari, possiamo finalmente esporre al pubblico la Garlascoise, magnificandone impasto, fragranza e portentose virtù nel vano tentativo di dissimulare che sotto tanta glassa altro non si cela se non una solenne fregnaccia travestita da dolcetto, specialità tutta lomellina capace non soltanto di restituire il tempo perduto, ma di riconsegnarcelo tirato a lucido, con l’orlo rifatto e, quando la bisogna lo imponga, persino con una memoria nuova di zecca, salvo che il povero tempo perduto non abbia bisogno, per affrontare il travagliato viaggio di ritorno, d’essere accompagnato dall’archiatra a bordo d’una Tombulanza.

Noi, più sommessamente, ci limitiamo a registrare le cronache di questi anni horribiles, per dirla con Sua Maestà la Regina Elisabetta, before her earthly demise.

Iscriviti a "Virgola" per ricevere aggiornamenti direttamente nella tua casella di posta

Questo è uno spazio personale e indipendente, i contenuti nascono da fonti, documenti, dichiarazioni e osservazioni dell’autore. È sempre gradita l’indicazione dell’autore e della fonte, preferibilmente con link diretto all’articolo originale.

Silent Jo

Iscriviti a Silent Jo per reagire

Iscriviti

Commenti

Ancora nessun commento. Sii il primo a commentare!

Iscriviti a Virgola per ricevere aggiornamenti direttamente nella tua casella di posta