Abraham Afewerki
Abraham Afewerki è uno di quegli artisti che difficilmente si riescono a racchiudere nell’etichetta di cantante.
Nato ad Asmara, conobbe giovanissimo la guerra, il Sudan, l’esilio e poi l’Italia, dove continuò a formarsi musicalmente. Nella sua musica finirono così mondi diversi, la tradizione eritrea e il tigrino, ma anche jazz, rhythm and blues e reggae, soprattutto una straordinaria capacità di trasformare in musica cose molto meno classificabili, la lontananza, gli affetti, la memoria, il senso di appartenenza.
Morì nel 2006, a soli quarant’anni. Nello stesso anno uscì Semai, Cielo, il suo ultimo album.
Dentro c’è anche Sdray. Letteralmente, la mia famiglia.
È un canto rivolto agli affetti più profondi, alla madre, alla famiglia lontana, a quella strana forma di nostalgia che talvolta rende insufficiente persino la presenza e che Afewerki riesce a raccontare senza bisogno di alzare la voce.
Forse è anche per questo che, pur senza capire una parola di tigrino, si può avere la sensazione di averne compreso qualcosa.
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