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Fate presto

Fate presto
Fate presto Silent Jo

Scrivo avendo tratto spunto, qualche giorno fa, da un post del professor Francesco M. Galassi, di cui avevo apprezzato soprattutto il tentativo di dire basta. Perché siamo arrivati al punto di dover ricordare un principio tanto elementare quanto evidentemente non scontato. La dignità di una persona non diventa terra di nessuno perché quella persona è stata condannata.

Fate presto, due parole che appartengono alla storia del giornalismo italiano e che oggi, mutato ogni possibile contesto, rivolgo al procuratore Fabio Napoleone, al procuratore aggiunto Stefano Civardi e a chi dovrà assumere le determinazioni che gli atti impongono.

Fate presto per quanto la legge, la prudenza e la serietà del vostro lavoro consentano, perché esiste anche un tempo umano e quello di Alberto Stasi dura da diciannove anni. Ha pagato e sta terminando di pagare il fio imposto dalla giustizia mentre una nuova indagine ha rovesciato la prospettiva investigativa e individuato in Andrea Sempio il presunto autore dell’omicidio, sulla base di elementi definiti dagli stessi investigatori fortemente indiziari, univoci e concordanti, ferma naturalmente la presunzione di innocenza che a Sempio spetta come a chiunque altro.

Eppure, finché non sarà chiaro quale seguito giudiziario avrà tutto questo, continuiamo ad assistere a qualcosa che considero sempre più indecente. Si torna a rovistare nella sessualità di Alberto Stasi, alludendo, insinuando, recuperando vecchi frammenti e arrivando a evocare impotenza, disturbi, perversioni e inadeguatezze sessuali, con l’effetto di riportare continuamente l’attenzione su di lui proprio mentre le nuove indagini stanno percorrendo una direzione radicalmente diversa.

Si persevera con la domanda retorica, la battutina, il sorrisetto, il non sto dicendo che, però ..., quella forma di allusione che deposita il sospetto nella mente di migliaia di persone evitando di assumersi la responsabilità dell’affermazione. Io questa la considero vigliaccheria comunicativa, perché cerca l’effetto reputazionale dell’accusa senza sopportarne il peso. È character assassination nella sua forma più riconoscibile e odiosa.

Non si sta più discutendo di un fatto, si sta demolendo una persona e lo si fa con un uomo la cui sessualità è stata scandagliata, esposta e processualmente sezionata per quasi vent’anni, senza che da essa sia mai emerso un movente giudizialmente accertato dell’omicidio. Quanto al separato procedimento relativo al materiale pedopornografico, la Cassazione annullò senza rinvio la condanna e assolse Alberto Stasi perché il fatto non sussiste. Oggi, peraltro, gli stessi nuovi atti investigativi arrivano a definire palese opera di mistificazione il rilievo attribuito alla pornografia nella costruzione accusatoria contro Stasi.

Qual è allora il limite, il vostro limite? Ne avete uno?

Una condanna penale non contiene una pena accessoria chiamata pubblica umiliazione sessuale e nessuna sentenza consegna l’intimità di un uomo alla pubblica gogna per il resto della sua esistenza e, soprattutto, nessuna condanna sospende il diritto alla dignità.

Stasi ha trascorso oltre dieci anni in carcere e, per quasi metà della propria vita, è stato sottoposto a un’esposizione pubblica difficilmente immaginabile. Gli avete fatto il pelo a ogni gesto, alle parole, al volto, al modo di camminare, telefonare, piangere e persino di non piangere. Avete scandagliato amicizie, computer, fantasie e vita sessuale.

Adesso basta e, vergognatevi

A chi continua a scavare, insinuare, ridacchiare e organizzare l’ennesimo spettacolino su YouTube attorno alla sessualità di Alberto Stasi va chiesto senza mezzi termini dove voglia arrivare e, soprattutto, se si sia mai domandato dove possa portare tutto questo.

Non è un j’accuse e non attribuisco a nessuno l’intenzione di provocare conseguenze estreme; è, piuttosto, una legittima domanda sulla responsabilità. Alberto Stasi ha dimostrato in questi diciannove anni una capacità di resistenza che considero quasi sovrumana, ma nessuno può trasformare quella resistenza in una licenza a colpirlo indefinitamente. La forza psicologica di un essere umano non è inesauribile e nessuno ha il diritto di scommetterci sopra.

Quante persone non hanno retto esposizioni, umiliazioni e pressioni pubbliche immensamente inferiori? E’ una domanda che chiunque deve porsi adesso, perché nessuno conosce il punto di rottura di un altro essere umano.

Possiamo davvero aspettare che accada qualcosa prima di domandarci se esista un limite? Possiamo davvero ritenere che una visualizzazione in più valga anche soltanto questo rischio?

Non tutto ciò che può essere pronunciato davanti a una telecamera merita di esserlo, né tutto ciò che produce ascolti è informazione. La morbosità non diventa interesse pubblico soltanto perché attira pubblico, così come l’allusione non diventa prova e il sorrisetto non diventa argomento.

Ed allora fate presto, dottor Napoleone, dottor Civardi. Fate tutto ciò che deve essere fatto, con il rigore che un caso simile pretende e con tutte le garanzie che la legge impone ma, per quanto dipenda dai tempi della giustizia, fate presto.

Perché mentre la giustizia pondera, fuori dai palazzi il confronto sulle prove sta lasciando spazio alla pubblica degradazione di un uomo attraverso la sua intimità e questo, veramente, non ha più nulla a che vedere con la ricerca della verità.

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