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Campo de’ Fiori, Giordano Bruno ci guarda

Tra auctoritas, atti e verità certificate

Campo de’ Fiori, Giordano Bruno ci guarda
Campo de’ Fiori, Giordano Bruno ci guarda Silent Jo

Se dovessi esprimere un’opinione su quanto si legge nel profilo del signor Garofano, non potrei fare a meno di ricordare un immenso Alberto Sordi ne Il Marchese del Grillo, nella scena della retata, tutti insieme appassionatamente finché non compare l’ufficiale che riconosce il Marchese e lo fa liberare, mentre la plebaglia prosegue verso la galera, con quel proverbiale Io so’ io e voi non siete un cazzo.

Alberto Sordi, il Marchese del Grillo


Mutatis mutandis, naturalmente, ché qui non si processano persone ma parole, argomenti e, soprattutto, posture comunicative.
Pur non seguendo certi profili, spesso li vedo citati e talvolta mi affaccio per dare uno sguardo, come ho fatto stamattina su quello del signor Garofano.
Letti i primi post, ho continuato a scorrere quelli dei mesi precedenti e l’impressione che ne ho ricavato è davvero lontana da quella di una comunicazione scientificamente neutrale. Vi ho ravvisato, al contrario, una predominanza di interventi polemico-difensivi, affidati a un lessico fortemente assertivo che tende ad ammantare le conclusioni di una sorta di auctoritas tecnica.

Non vi tornano alla mente le lezioni di diritto romano e quella distinzione tra auctoritas e potestas, tutt’altro che sovrapponibili, che qui torna utile, mutatis mutandis, per ragionare di autorevolezza e autorità?
L’autorità può discendere da una funzione, da un grado, da un titolo ed essere persino appuntata sul petto; l’autorevolezza, au contraire, non si autocertifica né si acquisisce per investitura, nasce dalla qualità dell’argomentazione, dal rigore del metodo e dalla capacità di applicare alle proprie tesi lo stesso metro preteso per quelle altrui. La prima ce la si può attribuire, la seconda, eventualmente, ce la riconoscono gli altri.

Nella comunicazione del signor Garofano mi pare che i due piani tendano continuamente a sovrapporsi. Dal professorale vi spiego tecnicamente, ma nel modo più semplice possibile si passa con disinvoltura agli pseudo esperti, ai sedicenti biologi e alle suggestioni, formule che trovo particolarmente sgradevoli perché dalla confutazione dell’argomento scivolano verso la qualificazione di chi lo sostiene, lambendo il classico argumentum ad hominem.

Il costante richiamo al rango militare, immancabilmente apposto alla firma, quello all’esperienza e il refrain che colloca da una parte documenti, scienza e fatti, dall’altra le suggestioni, tratteggiano una gerarchia comunicativa nella quale chi parla veste alternativamente i panni del tribuno, del filosofo d’alto lignaggio o del depositario della scienza, mentre gli altri vengono relegati al rango di popolino cui dispensare verità con una certa solennità sacerdotale.

Nemmeno a dirlo, una piccola liturgia nella quale, ça va sans dire, documenti e scienza stanno quasi invariabilmente da una parte, quasi che quelle carte fossero il Santo Graal custodito in qualche monastero segreto sugli altipiani del Tigray e accessibile soltanto agli iniziati.
Peccato che il mondo sia cambiato e che quei documenti oggi circolino, vengano cercati, letti, confrontati, discussi e studiati anche fuori dalla cerchia sacerdotale, giungendo financo nei tiretti della proverbiale sciura casalinga di Voghera.

La tecnica retorica è talmente ricorrente da risultare intuibile ictu oculi, per mutuare quell’espressione ormai passata alla storia con uno schema riconoscibilissimo in cui si prende una dichiarazione altrui, la si qualifica come suggestiva, scorretta o non aderente agli atti, poi si introduce un documento o un passaggio tecnico e si presenta la propria interpretazione come quella direttamente imposta dalle carte, nemmeno fossimo dinanzi a un dictum nomofilattico delle Sezioni Unite.
Ogni lettura differente finisce così per essere coattivamente accompagnata verso il girone delle narrazioni, delle strumentalizzazioni o della disinformazione, con Garofano-Caronte addetto al traghettamento, in attesa che qualche Minosse interiore individui il più appropriato cerchio della fuffa.

Sfrondato il tutto dalla scenografia, il punto mi pare quasi self-evident. Tra un documento e la conclusione che se ne trae esiste comunque un’interpretazione, in questo caso quella del signor Garofano, e nasconderla dietro il mantra del parlano gli atti non produce alcun bibbidi-bobbidi-bu capace di trasformarla in un dato. A tratti sembra quasi una personale actio Publiciana dell’esegesi, con tanto di fictio pretoria, nella quale l’interpretazione viene fatta valere come se avesse già usucapito il rango di fatto. I fatti sono chiari, dato scientifico insuperabile, la partita è chiusa, scientificamente la questione si chiude qui, è fisicamente impossibile sono formule che possono certamente attecchire presso un elettorato già orientato; sul resto dell’auditorio la magia funziona assai meno e, soprattutto, finisce per dichiarare chiuso il confronto prima ancora che cominci.

I post esaminati restituiscono anche una linea piuttosto riconoscibile, volta a ridimensionare ciò che può rafforzare l’attuale ipotesi accusatoria nei confronti di Sempio e, parallelamente, a preservare la solidità della ricostruzione che ha condotto alla condanna di Alberto Stasi. Questo, naturalmente, non rende errati i singoli argomenti, ma racconta una tesi che inevitabilmente ne orienta selezione, peso e interpretazione.

Sennonché il diavolo fa le pentole e, talvolta, dimentica i coperchi.

Quando il tema è Sempio, il lessico del signor Garofano richiama prudenza e provvisorietà. Non possiamo affermare, si tratta di un’ipotesi investigativa, occorre il vaglio di un Giudice, nulla è ancora deciso. Quando entra in scena Stasi, invece, anziché Mozart, ci si ritrova davanti a un improbabile one man band da talent, fra tegami, coperchi e gran sbatacchiar di bacchette, mentre trionfano i classici Stasi non ha raccontato la verità, la perizia Testi diventa la dimostrazione sperimentale, doveva necessariamente lasciare le impronte, il suo racconto non è credibile.

Ed è questa plateale asimmetria metodologica, molto più della veemenza polemica, a colpirmi, perché il principio di cautela appare improvvisamente elastico e soggetto a una diversa forza di gravità a seconda di chi si trovi sotto.

La stessa inclinazione emerge quando questioni che richiederebbero gradazioni, probabilità e margini interpretativi vengono trasformate in alternative nette. Il profilo Y è misto e parziale, dunque la partita è chiusa; una diversa ricostruzione sul 33dattilo è fisicamente impossibile; sui pedali scientificamente la questione si chiude qui; l’assenza delle impronte attesta che Stasi non ha raccontato la verità.
Eppure, soprattutto in materia forense, dato, interpretazione, inferenza e valore probatorio restano passaggi diversi e non diventano sinonimi per decreto, fosse pure regio, albertino o, nella fattispecie, garofaniano.

Quanto alle massime autorità mondiali, ai padri mondiali della genetica e alla letteratura scientifica, il punto non è certo contestarne il richiamo, anzi. Il problema nasce quando il prestigio della fonte prende il posto dell’argomento e sembra bastare, da solo, a conferirgli patente di definitività. A quel punto non siamo più molto lontani dall’ipse dixit in abiti contemporanei e la forza dimostrativa autonoma del blasone, spogliato dal ragionamento che dovrebbe sorreggerlo, resta z.e.r.o.

Indulgo, in chiusura, in un po’ di leggerezza, perché quando fanno ingresso io vi ho sempre portato documenti, letteratura scientifica e fatti e io vi parlo dei documenti, solo questo, confesso che mi compare Chuck Noland [aka Tom Hanks in Castaway], invasato davanti alla prima scintilla dopo settimane di tentativi mentre grida Guardate! Ho fatto il fuocohhh!, avviluppato per un istante nel sacro furore di chi contempla la propria creazione.

Ancora più rivelatrice trovo la formula basta volerli ascoltare e leggere gli atti con onestà. Se la propria lettura finisce per coincidere con quella onesta, quale spazio rimane per chi, dopo avere letto gli stessi atti, arriva a una conclusione diversa? Ha letto male, non ha letto abbastanza oppure, extrema ratio, la sua lettura non possiede la necessaria patente di onestà?

Per trovare una spiegazione non resta che invocare un altro gigante della speculazione filosofica contemporanea, il profeta Quelo di Corrado Guzzanti, La risposta è dentro di te. E però è sbagliata.

Puoi leggere, studiare e ragionare quanto vuoi, ma se la conclusione non coincide con quella certificata resta quel piccolo inconveniente per cui la risposta è comunque quella sbagliata.

Chuck Noland e Quelo possono allora accomodarsi fuori scena e lasciare nuovamente il centro al Marchese del Grillo dal quale ero partita. Una volta stabilito chi porta i documenti, chi parla in nome della scienza e chi li legge con onestà, qualcuno finisce inevitabilmente per essere qualcuno, mentre agli altri resta il poco lusinghiero ruolo della plebaglia nella celebre retata, sempre mutatis mutandis, s’intende, ché qui nessuno va in galera, al massimo finisce nel girone delle suggestioni, dei suggestionati e, perché no, dei suggestionabili.

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