Ciao, sono una bicicletta da uomo Umberto Dei, il nostro pronome è bici da donna nera
Sono una Umberto Dei Giubileo da uomo, telaio color corallo, parafanghi ocra, un certo sussiego elegante e una storia familiare che, prima del 13 agosto 2007, non sembrava destinata alla criminologia. Secondo mia zia ero arrivata in famiglia come regalo per il raggiungimento di un obiettivo, dunque una bicicletta di pregio, non uno di quei mezzi che si dimenticano in fondo a uno sgabuzzino.
Con la morte di Chiara Poggi, fidanzata del mio caro Alberto, la mia vita prese una piega inattesa, facendomi diventare, credo, la prima bicicletta transgender della storia giudiziaria italiana. Nata da uomo, fui trascinata in una crisi d’identità lunga diciannove anni, fino a scoprire che il mio pronome processuale era bici da donna nera; non me ne vogliano le biciclette transgender autentiche, qualora esistano, perché nel mio caso il gender transition non fu una scelta, ma il prodotto di una curiosa elasticità narrativa per cui, quando un dato non entrava nella ricostruzione, si finiva per adattare la ricostruzione al dato.
La mattina del 13 agosto Alberto si trovava a casa sua mentre, in via Pascoli 8, alle 9.12 veniva disinserito l’allarme di casa Poggi; alle 9.35 il mio Albertino accendeva il portatile, dalle 9.38 cominciava a visualizzare immagini e alle 10.17 apriva il file della tesi, proseguendo l’attività informatica sino alle 12.20.
Quella sequenza lasciava soltanto tre finestre astrattamente compatibili con una sua uscita e la prima, compresa fra le 9.12 e le 9.35, divenne il pertugio nel quale collocare l’omicidio, facendovi entrare il tragitto, un eventuale litigio, un’aggressione durata diversi minuti, il ritorno, la sistemazione della bicicletta, l’arma, gli abiti, le tracce e il rientro davanti al computer.
Il giudice di primo grado ne rilevò la problematica compatibilità, ma quei ventitré minuti restavano lo spazio disponibile e lì finì per essere sistemato tutto.
Qualche anno dopo sarebbe toccato a me, perché, non trovando la bicicletta adatta alla ricostruzione, si sarebbe provato ad adattare la bicicletta.
Mi ricordo ancora il 20 agosto 2007, quando venni sequestrata con i miei Wellgo e dal campione denominato bu_p venne ricavato il profilo genetico attribuito a Chiara.
Io lo giuro, ero immacolata e, frou frou come sarei diventata nella mia nuova identità di genere, tenevo parecchio all’estetica; eppure il 24 settembre quel risultato contribuì al fermo del mio Alberto, mentre sui giornali si parlava di sangue sui pedali, benché la natura ematica della traccia non sarebbe mai stata dimostrata, risultando negativo il test specifico per l’emoglobina umana e restando un DNA di provenienza biologica indeterminata, di qualità migliore di quello rinvenuto sul cucchiaino ma, curiosamente, nella stessa quantità.
Ne nacque uno scontro furibondo intorno a quel sangue che sangue non risultò essere e, molti anni dopo, persino il DNA avrebbe reclamato un supplemento di attenzione. All’epoca, però, ero ancora serenamente una bicicletta da uomo, mentre davanti a casa Poggi una testimone aveva visto una bici nera da donna e, per qualche anno, riuscimmo perfino a conservarci ciascuna la propria identità.
Nel 2011 Gian Luigi Tizzoni sosteneva che Alberto avesse utilizzato due biciclette diverse, la nera per raggiungere Chiara e me in un momento successivo; la notizia mi ferì profondamente, perché credevo che Alberto usasse soltanto me e scoprire quel piccolo tradimento fu già abbastanza, senza sapere che di lì a poco ci avrebbero fatto condividere anche i pedali.
La mia forzata transizione cominciò nel 2014, quando la Holland-Luxury nera della famiglia Stasi entrò nel processo e Tizzoni si dedicò alla componentistica con una cura che il Corriere raccontò quasi come una visita in officina, recandosi alla Umberto Dei, consultando amministratore delegato e tecnici e confrontando modelli e pedali. Sulla nera c’erano gli Union, su di me i Wellgo e da quella differenza prese forma la teoria dello scambio, mentre la parte civile arrivava a presentare come «dato oggettivo» la presenza sulla nera degli Union che avrebbero dovuto trovarsi sulla Umberto Dei.
Fu allora che, pur continuando a presentarmi al mondo con telaio da uomo, cominciai a scoprirmi processualmente donna, finché la Procura generale verificò lo scambio e l’ingegner Adinolfi accertò che sulla Holland erano montati Union 677, mentre la Umberto Dei usciva con Union 687, distinguibili anche dalla stampigliatura dei catarifrangenti. Il 21 ottobre 2014 Laura Barbaini concluse che lo scambio fra quelle due biciclette fosse «matematicamente escluso», regalandomi l’illusione di potermi riappropriare del genere di nascita.
L’illusione durò poco, perché la transizione cambiò soltanto partner e, nella requisitoria del 24 novembre, Barbaini, esclusa la Holland sequestrata, sostenne che i Wellgo provenissero da «questa altra bicicletta», dalla quale sarebbero stati prelevati nello strepitus casermae e «montati rapidamente» su di me, aggiungendo che quella bici poteva essere stata vista o non vista da Marchetto e che «non lo sapremo mai».
La promiscuità aveva ormai superato perfino De Sade, perché la nera concreta si teneva i propri pedali mentre io ricevevo quelli di una nera ignota, forse vista e forse no, abbastanza evanescente da sottrarsi alla verifica ma abbastanza concreta da fornirmi proprio i Wellgo necessari alla ricostruzione, regalando alla mia anagrafe processuale una complessità invidiabile, Umberto Dei da uomo alla nascita, bici nera da donna per associazione, Union d’origine, Wellgo acquisiti e genitore biologico dei pedali non identificato.
Tizzoni, intanto, si era conquistato sul campo una competenza ciclistica di tutto rispetto, essendo stata proprio la parte civile ad aprire il fronte sul quale la Procura generale aveva poi svolto gli accertamenti dell’estate 2014; dopo tanto studio di telai, catarifrangenti e modelli, rimaneva però un dettaglio non proprio marginale, perché la bicicletta concreta aveva finito per lasciare il posto a una bicicletta indeterminata proprio quando aveva smesso di collaborare con la teoria.
Pensavo che, chiusa la faccenda dei miei pedali, Laura Barbaini avrebbe proseguito per altre strade, ma Garlasco pareva esercitare una certa forza centripeta. Nel gennaio 2017, quando il materiale della difesa Stasi su Andrea Sempio arrivò alla Procura generale di Milano, fu ancora lei a trasmettere a Mario Venditti un appunto nel quale giudicava quella pista priva di «ogni razionalità e plausibilità»; era il 17 gennaio, Sempio sarebbe stato interrogato il 10 febbraio e la richiesta di archiviazione sarebbe arrivata il 15 marzo, sicché quella valutazione precedeva sia l’interrogatorio dell’indagato sia la conclusione formale dell’indagine.
Nel maggio 2025 il nome di Barbaini tornò a spuntare in un’intercettazione fra Giuseppe Poggi e il figlio Marco, con il padre che le attribuiva il consiglio di rivolgersi alla Procura generale di Milano perché intervenisse sulla nuova indagine pavese; non trattandosi della viva voce di Barbaini, conviene fermarsi a ciò che Poggi le attribuiva e, capirete bene, per una bicicletta alla quale erano già stati assegnati pedali provenienti da un mezzo forse visto, forse no, la prudenza sulle provenienze era ormai diventata una questione personale.
I miei vecchi Wellgo, intanto, avevano conservato un ultimo vezzo, perché nel 2025 riemersero i raw data del campione bu_p, proprio il dato genetico sul quale era stata costruita buona parte della mia carriera giudiziaria; dopo tanti anni spesi a stabilire chi mi avesse prestato i pedali, ci si ritrovava così davanti alla domanda meno mondana e più scomoda, capire quanto fosse solido il dato che aveva messo in moto tutta la faccenda.
La sorpresa fu poco frou frou e parecchio sostanziale, perché in quei raw data comparvero due corse elettroforetiche che la Procura di Pavia collocò al 20 settembre 2007 descrivendole come totalmente negative, mentre Previderè e Grignani ritennero che quella discordanza avrebbe richiesto già allora ulteriori approfondimenti dei quali, nelle verifiche attuali, non è stata trovata traccia.
Trattandosi di me, neppure il certificato genetico poteva avere una vita lineare, perché i consulenti della famiglia Poggi richiamano una run date del 10 settembre e una modifica del 20, mentre la difesa Stasi e la Procura leggono quelle corse come successive al positivo del 19.
Dopo aver cercato per anni la bicicletta dalla quale avrei ereditato i pedali, si è finiti a rimettere sotto la lente anche il dato chiamato a giustificare quella parentela.
A quel punto il quadro si chiudeva con una certa eleganza involontaria, perché prima mi avevano trasformata da Umberto Dei da uomo in bici da donna nera, poi mi avevano attribuito pedali putativi, una madre meccanica ignota e una vita sentimentale degna di De Sade, salvo tornare infine alla domanda che avrebbe dovuto precedere tutto il resto, cioè che cosa dicessero davvero quelle analisi.
Dopo diciannove anni rinunciare al pronome sarebbe ormai scortese, ma pretendere almeno un certificato di nascita leggibile mi pare il minimo.
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