La verità sopra l’arroganza
Di fronte a una tragedia che strappi una vita, ancor più quella di una giovane donna, si è spinti a ritenere che esista un dolore davanti al quale persino le domande debbano regredire.
Chiara è stata uccisa barbaramente nella casa della sua famiglia e i suoi genitori condannati a sopravvivere a ciò cui nessun genitore dovrebbe sopravvivere, perciò li ho a lungo immaginati aggrappati alla sentenza come a qualcosa che impedisse loro di precipitare, perché almeno un nome, una condanna, una verità dichiarata dallo Stato potevano mettere un punto dove la loro esistenza ne avrebbe avuto bisogno.
Una sentenza, però, non lenisce di un solo grammo l’orrore per ciò che hanno subito e nessuno può pretendere che provino simpatia o empatia per Alberto Stasi, sin qui unico condannato per quell’orrendo delitto.
Ciò che mi attendo, invece, è che chiunque sia travolto da una simile tragedia voglia sapere e sia capace di farsi domande, soprattutto quando l’eco di vicende gravissime produce un frastuono capace di far tremare le mura di procure e uffici dello Stato.
Se oggi emergono elementi capaci di mettere in dubbio le conclusioni di quei procedimenti, mi attendo che proprio i primi direttamente colpiti esigano di sapere se nel 2007 qualcuno abbia commesso un errore, omesso un risultato, rappresentato un dato in maniera incompleta o, nell’ipotesi più grave, manipolato qualcosa.
Trovo perciò inaccettabile che la risposta sia chiedere di smettere di cercare, mentre chi indaga viene accusato di ricercare impropriamente un colpevole alternativo e chi tenta ancora di dimostrare la propria innocenza di volersi sottrarre a una condanna che ritiene ingiusta, quando dagli accertamenti in corso potrebbe emergere che alla tragedia che ha strappato Chiara alla sua famiglia e alla vita se ne sia aggiunta un’altra.
Sarebbe comprensibile che chi avesse commesso un errore tentasse di difendere il proprio operato, la propria reputazione e, qualora emergessero condotte penalmente rilevanti, la propria posizione giuridica. Nessuno imputa però ai Poggi di aver prodotto quelle analisi, lavorato al RIS o condotto le indagini, sicché, se qualcosa non funzionò, non ne avrebbero alcuna responsabilità, e se tutto funzionò correttamente, come ritengono, gli accertamenti lo confermeranno.
Fatico quindi a comprendere la posizione espressa dai loro consulenti e legali dopo il comunicato della Procura di Pavia, secondo cui si tratterebbe di temi già noti ed ampiamente approfonditi, privi di alcun elemento di novità, tanto da auspicare che cessi l’impropria ricerca di un colpevole alternativo.
Nossignore, le carte dicono altro, ben altro!
La Procura ha acquisito la consulenza degli esperti nominati dalla difesa di Stasi sui dati grezzi delle analisi eseguite dal RIS nel settembre 2007 sul campione BU_P, prelevato da un pedale della sua bicicletta. Nei raw data i consulenti hanno rilevato due corse elettroforetiche del 20 settembre, successive a quella del 19 dalla quale era stato ricavato il profilo attribuito a Chiara Poggi, entrambe negative. I consulenti della Procura ne hanno confermato l’esistenza e ritenuto che la discordanza avrebbe richiesto all’epoca un approfondimento che, secondo le indagini svolte, non risulta effettuato.
Nel marzo 2025 Rita Poggi aveva sostenuto che non esistesse alcuna prova certa capace di condurre altrove, posizione forse comprensibile sebbene non condivisibile allora, ma il materiale disponibile è cambiato ulteriormente. In un’intercettazione del 14 maggio 2025 Giuseppe Poggi riferiva al figlio Marco che Laura Barbaini avrebbe loro consigliato di fare un esposto alla procura generale per fermare la nuova indagine di Pavia; trattandosi di ciò che riferisce Giuseppe Poggi nell’intercettazione, come tale va considerato.
Avevo immaginato che, davanti anche soltanto alla possibilità che un ragazzo di ventiquattro anni fosse stato privato della libertà mentre una parte rilevante delle analisi compiute contro di lui non fosse stata conosciuta nella sua interezza, i Poggi avrebbero percorso in ginocchio sui ceci il tragitto da casa loro a casa di Elisabetta Ligabò, non per chiederle perdono, perché non sappiamo chi debba chiedere perdono a chi, ma per dirle che volevano sapere anche loro e piangere due lacrime insieme a un’altra madre che potrebbe essere stata vittima quanto loro.
Elisabetta Ligabò ha visto suo figlio entrare nel meccanismo giudiziario come indagato, diventare imputato, essere assolto, nuovamente processato, condannato e infine entrare in carcere. Se gli accertamenti dovessero dimostrare che qualcosa di rilevante per la sua difesa non arrivò dove avrebbe dovuto, quella madre avrebbe trascorso anni sapendo suo figlio in carcere mentre una parte della vicenda che aveva contribuito a portarvelo era rimasta fuori dal quadro conosciuto.
Non occorre proclamare Alberto Stasi innocente per pretendere che questo venga accertato.
Chiara Poggi non appartiene a una sentenza, a un’accusa, a una difesa, a una Procura, a un generale o a un consulente e, quando si cerca la verità sulla sua morte, non appartiene neppure ai suoi genitori. Appartiene alla propria storia, che merita di essere ricostruita fino all’ultimo dato disponibile, soprattutto quando quel dato disturba ciò che per diciannove anni abbiamo creduto di sapere.
Se la ricostruzione che ha condannato Alberto Stasi resterà in piedi, nulla sarà stato tolto alla verità che i Poggi hanno difeso per anni ma, se non dovesse restarvi, avranno più di chiunque altro il diritto di sapere perché.
Avevo creduto che il dolore li avrebbe spinti verso ogni risposta, anche la più insopportabile, non verso la richiesta che alcune domande smettessero di essere poste. Le loro convinzioni meritano il rispetto dovuto a quelle di chiunque altro, non il potere di stabilire quali domande possano essere rivolte ai fatti, perché tra la pretesa che la ricerca si arresti e il diritto di conoscere ciò che accadde a Chiara non ho alcun dubbio su quale debba prevalere.
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