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"Donna Elisabetta Ligabò, mamma dello studente assassino" e il "mezzo chilo di carte bollate"

"Donna Elisabetta Ligabò, mamma dello studente assassino" e il "mezzo chilo di carte bollate"
"Donna Elisabetta Ligabò, mamma dello studente assassino" e il "mezzo chilo di carte bollate" Silent Jo

Perché le parole sono importanti e tutti debbono avere rispetto per una donna, una madre che non meritava di essere trascinata dentro una simile rappresentazione, ma è proprio così che, nel giugno 2020, Nuzzi aveva infilato la composta e riservata Signora Elisabetta Ligabò dentro un profluvio di sprezzo gratuito e di rara sgradevolezza contro Alberto Stasi.

In un caso come quello di Garlasco, in cui sentenze, indagini, consulenze e riletture si sono sovrapposte per quasi vent'anni, non è sorprendente mutare opinione al cambiare dei fatti e, leggendo in sequenza gli articoli di Gianluigi Nuzzi, più che registrarne i cambi di posizione interessa osservare con quale grado di certezza abbia raccontato fatti ancora controversi e quale criterio abbia applicato alle persone coinvolte.

Nel 2020 la revisione chiesta da Stasi entra nella "pirotecnica sagra della revisione show", animata da "assassini certificati" che indossano "il vestito sartoriale del perfetto innocente". Sua madre diventa "donna Elisabetta", la difesa tenta di "scolpire la nuova verità" e l'ipotesi di un diverso assassino viene ricondotta a una possibile "abile mossa" per dare una spallata alla verità, spingendo il giudicato oltre l'accertamento della responsabilità e trasformandolo nella lente attraverso cui leggere anche chi continua a contestarlo.

Due anni dopo Nuzzi molla definitivamente le briglie e, nell'articolo pubblicato il 25 maggio 2022, poche ore dopo l'intervista a Stasi trasmessa da Le Iene, scrive dell'"assassino Alberto Stasi", degli assassini che "si rifanno il trucco", della "candida illibatezza", del "narciso autocompatimento" e delle "lacrime secche dei colpevoli", mentre a Stasi che dice di avere la coscienza leggera replica "Beato lui", estendendo così la condanna dal piano della responsabilità penale al giudizio sull'uomo e persino sull'attendibilità della sua proclamazione d'innocenza.

Nel marzo 2025, con la nuova indagine della Procura di Pavia, il metro cambia e Nuzzi rilancia gli elementi che si addensano su Sempio ma, al contempo, gli riconosce lo spazio negato allo Stasi del 2022, dando conto del suo "tritacarne", delle minacce e della madre in lacrime, senza chiudere, insieme al sospetto, la possibilità dell'errore giudiziario.

A maggio il tono si fa ben più assertivo e Nuzzi scrive "suo il dna", "sua l'impronta", replicando alle obiezioni di Garofano che una "ipnosi collettiva" di Procura, carabinieri, Ris e Racis sarebbe insostenibile e aggiungendo il giorno successivo che "la serietà dei consulenti della procura depone a favore" dell'attribuzione dell'impronta.

Quando gli elementi perdono nettezza si riduce anche la certezza con cui vengono raccontati e, nel novembre 2025, la compatibilità genetica "non è un sinonimo di identificazione univoca", mentre sul presunto patto corruttivo manca la "pistola fumante". Su Stasi, invece, il vecchio registro resiste tanto che, nel gennaio 2026, Nuzzi lo inserisce ancora nell'articolo sulle telefonate con cui l'assassino chiede i soccorsi, mentre appena un mese dopo invita, parlando di Sempio, a non apporre "sigilli di verità assoluta" a indizi che definisce non formidabili.

A colpire, quindi, non è il cambio di opinione, quanto la diversa soglia di certezza, perché con Stasi il giudicato diventa anche giudizio sull'uomo, mentre con Sempio restano aperti l'errore, la spiegazione e l'innocenza possibile, fino al giugno 2026 quando, dopo il ricovero di Daniela Ferrari, Nuzzi apre Dentro la notizia chiamandola "Mamma Daniela" e parla di una "pesante campagna" che colpisce persone "che non hanno grande responsabilità, a cominciare dalla mamma di Andrea Sempio".

Non occorre attribuire intenzioni per misurare la distanza fra le parole, perché a una madre erano toccati "donna Elisabetta", il "mezzo chilo di carte bollate" e il figlio definito assassino, mentre all'altra viene riconosciuto, giustamente, il peso umano di una vicenda che travolge anche chi non ha responsabilità, ed è in questa differenza di misura che le parole tornano ad assumere tutto il loro peso.

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