Donne e bambini non si toccano
L’uomo d’onore, nel racconto favolistico della mafia, si distingueva dal criminale comune per un codice cavalleresco autoassegnato, uccidendo, certo, ma secondo regole, regolando conti, punendo tradimenti ed eliminando nemici, mentre donne e bambini restavano fuori.
Le favole, però, hanno una morale, e questa racconta soltanto di una montagna di merda rivestita di retorica.
Quel presunto codice si sgretola appena si scava nel sangue della mafia, incontrando bambini uccisi perché figli di qualcuno, donne ammazzate perché mogli, compagne, madri, testimoni o ribelli, altre soltanto perché si trovavano dove qualcuno aveva deciso di sparare o far esplodere una bomba, ragazze eliminate perché sapevano qualcosa, volevano scegliere chi amare o avevano tentato di sottrarsi alla famiglia nella quale erano nate.
La notizia della morte di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo, riporta però il pensiero anche a ciò che resta dopo, quando il sangue si è asciugato, i processi si sono chiusi e le sentenze hanno assegnato responsabilità e pene.
Denise è morta il 10 settembre 2026, togliendosi la vita. Non sappiamo quale rapporto vi sia stato tra quella vicenda e il gesto con cui ha posto fine alla propria esistenza, ma la sua morte apre una domanda diversa, quella su ciò che continua quando un omicidio ha ormai una data, un luogo e un nome, mentre le conseguenze possono estendersi molto oltre quel giorno.
È difficile misurare gli anelli che si formano dopo che il sasso lanciato dalla mafia è sprofondato nello stagno. Attorno al punto d’impatto restano i figli di chi viene ucciso, i genitori, i fratelli, chi assiste e chi testimonia, chi cambia città e identità, chi vive sotto protezione, chi porta per anni una storia che non ha scelto.
Eppure continuiamo a misurare questa violenza soprattutto attraverso i morti, i corpi, le lapidi, gli anniversari e le sentenze, lasciando spesso fuori dal conto ciò che viene dopo e chi, pur sopravvivendo, rimane dentro le sue conseguenze.
Seguire quegli anelli significa partire dai legami familiari, allargando poi lo sguardo alle storie delle donne e dei bambini, alle stragi, ai bersagli scelti per ciò che rappresentavano e, infine, alla “mafia di una volta”, per capire quanto quelle presunte regole appartengano più alla retorica che alla storia.
Le vicende appartengono a epoche, territori e organizzazioni differenti, alcune molto note, altre quasi dimenticate e non tutte hanno prodotto sentenze definitive e, in alcuni casi, il confine fra accertamento, ricostruzione e memoria resta più incerto. Occorre quindi distinguere ciò che è stato provato da ciò che è stato tramandato, senza bisogno di aggiungere orrore all’orrore, perché basta quello che c’è.
L’anello più vicino è quello in cui mafia e famiglia finiscono per coincidere, ed è da lì che comincia la storia di Lea Garofalo e di sua figlia Denise.
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