Emma Bonino
Deputata, parlamentare europea, commissaria europea, ministra, senatrice, ministra degli Esteri, ma snocciolare le cariche ricoperte da Emma Bonino, morta oggi a 78 anni, significa attraversare mezzo secolo di politica italiana, eppure non basta a raccontare chi sia stata.
La sua storia politica iniziò negli anni Settanta, quando lo spazio delle donne nella vita pubblica era ancora stretto e questioni che riguardavano direttamente la loro libertà continuavano a essere decise quasi esclusivamente dagli uomini. L’aborto clandestino apparteneva a quel mondo, interrompere una gravidanza significava violare il codice penale e, per chi non aveva denaro, affidarsi alla clandestinità rischiando anche la vita.
Con il CISA, la disobbedienza civile, le autodenunce e gli arresti, Emma, o meglio LA Bonino, mise il proprio corpo dentro una battaglia che riguardava il corpo delle donne, portando nello spazio pubblico ciò che la società preferiva lasciare nascosto.
Rivoluzionaria lo fu anche nell’immagine, con quella figura asciutta, la sigaretta tra le dita e l’aria di chi non aveva alcuna intenzione di addolcirsi per risultare più accettabile. Bonino, Adele Faccio e le altre radicali di quegli anni rompevano il modello della donna perbene, discreta e possibilmente silenziosa, rivendicando il diritto di stare sulla scena pubblica senza chiedere il permesso di essere come erano e, se oggi possiamo permetterci perfino il lusso di non piacere, è anche perché qualcuna prima si prese il disturbo di risultare scomoda.
Nel 1976 entrò alla Camera, lo stesso anno in cui Tina Anselmi divenne la prima donna ministra della Repubblica; nel 1978 arrivò la legge 194 e nel 1979 Nilde Iotti divenne la prima Presidente della Camera. Una radicale, una democristiana e una comunista, lontanissime per storia e cultura politica, ma entrate in luoghi nei quali la presenza femminile era stata eccezione o concessione, dimostrando che una donna poteva governare, legiferare, dirigere un’assemblea ed essere avversaria di un’altra donna senza dover rappresentare un indistinto “mondo femminile”.
La strada istituzionale era cominciata con le ventuno donne dell’Assemblea Costituente, tra le quali la stessa Iotti, ventuno su 556, pochissime ma sufficienti a incrinare l’idea che la politica appartenesse agli uomini e alle donne restasse uno spazio laterale, mentre proprio gli uomini decidevano del loro corpo e della loro libertà.
Era il Paese nel quale il rifiuto di Franca Viola al matrimonio riparatore divenne il simbolo della ribellione a un sistema che pretendeva di cancellare la violenza con un matrimonio, un Paese che contemplava ancora il delitto d’onore e il matrimonio riparatore e considerava la violenza sessuale un reato contro la moralità pubblica, non contro la persona.
Bonino continuò ad allargare quei confini, dal Parlamento italiano a quello europeo, dalla Commissione europea alla Farnesina, legando il proprio nome ai diritti civili, alla libertà delle donne, alla lotta contro la pena di morte, alle donne afghane e all’idea di un’Europa politica.
Da allora la strada percorsa è enorme e oggi una donna può guidare il Governo, un tribunale, un’università o un’azienda, ma basta uscire dalle istituzioni e guardare alla vita quotidiana per trovare occupazione più fragile, carriere più discontinue, retribuzioni inferiori e una maternità che continua a pesare sulla vita professionale delle donne molto più della paternità.
Le convalide delle dimissioni dei genitori con figli piccoli riguardano soprattutto le madri e, se le dimissioni in bianco sono state contrastate dalla legge, il problema non è scomparso con il prestampato, ma si nasconde dietro un contratto non rinnovato, un orario incompatibile, l’assenza di servizi, una carriera che rallenta e quando in famiglia qualcuno deve sacrificare qualcosa, a rinunciare è ancora troppo spesso una donna.
Neppure la libertà sul proprio corpo può dirsi al sicuro se, quasi cinquant’anni dopo la legge 194, c’è ancora chi sostiene che l’aborto non sia un diritto e propone di restringere spazi conquistati attraverso arresti, processi e battaglie politiche.
Per una donna che arriva a Palazzo Chigi, un’altra viene uccisa perché ha deciso di lasciare un uomo, e si continua a snocciolarne i nomi con la sinistra puntualità dell’esattore o dello strozzino, tra fotografie, servizi televisivi e promesse destinate a durare fino al prossimo nome.
Non serve trasformare Bonino, Anselmi o Iotti in icone, basta guardare al Paese che trovarono e a quello che contribuirono a cambiare. Fra l’uno e l’altro c’è una distanza enorme, ma lavoro, maternità, aborto e femminicidi ricordano che la libertà delle donne non si misura soltanto nelle cariche conquistate, bensì nella possibilità concreta di scegliere della propria vita senza che quella scelta diventi una colpa, un ostacolo o, peggio ancora, una condanna.
Ciao Emma e grazie
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