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Enjoy the Silence

Enjoy the Silence
Enjoy the Silence Silent Jo

Se una semplice obiezione basta a scatenare una lotta nel fango e generare un flame di proporzioni epocali, forse il problema non sta nell’obiezione, ma in ciò che ha toccato.

A quanto pare, sollevare un problema appellandosi al buon senso e alle regole comuni di una casa provoca in taluno manifestazioni di orchite, eppure proprio il buon senso dovrebbe governare le relazioni e, quando non basta, interviene la norma, chiamata a ricondurre i comportamenti entro un alveo condiviso di rispetto.

Le contrapposizioni fanno parte della convivenza e la dialettica serve a misurarsi, confrontarsi e, possibilmente, trovare la quadra, ed è quindi fisiologico che un’opinione generi divergenze e che il confronto possa persino rivelarsi istruttivo.

Talvolta, però, il flame rivela più della materia del contendere, perché mostra quanto rapidamente il confronto possa trasformarsi in autodifesa, compattezza e autocelebrazione, fino a fare del dissenziente il problema. I rimedi, per fortuna, esistono e chi scrive è a trazione ZEN, quindi basta staccare ogni collegamento al carnaio e abbandonarlo a lenta cottura come un buon pezzo di carne destinato a lunghe ore di brace e affumicazione.

Quando il confronto scivola dal merito al chi e dalla verifica all’autodifesa, non si discute più se un certo linguaggio sia degradante, ma si difende il diritto a considerarlo innocuo ma, a forza di ripeterlo, il refrain diventa familiare e quasi smette di essere percepito per ciò che è.

La dinamica da branco non richiede né un capo né una regia, basta che un’espressione venga lanciata, ripresa e reiterata fino a diventare accettabile. Richiamarne l’origine non basta, perché quando lascia il contesto in cui è nata e diventa patrimonio della rete, smette di descrivere un episodio e si trasforma in un indumento cucito addosso a qualcuno.

Così funziona la normalizzazione, rendendo familiare, scherzoso e innocuo ciò che altrimenti apparirebbe degradante, finché il problema diventa chi solleva il problema e l’attenzione scivola dal cosa al chi. Quei birbaccioni dei latini lo chiamavano argumentum ad hominem.

Eppure, se anche dieci o mille persone ridono della stessa battuta, il consenso non la trasforma con un bidibidibu in qualcosa di diverso e una battuta sessista resta tale, perché il numero non ne modifica la natura.

Non occorre provare simpatia per Chiara Ingrosso né condividere le sue posizioni e, per quanto mi riguarda, molto di ciò che ha detto e fatto mi appare indifendibile; proprio per questo, data l’ampiezza del materiale da contestare, sfugge quale contributo possano offrire minigonne, corpo o presunta attività seduttiva, se non quello di ricadere nel solito repertorio in cui una donna sgradita smette di essere ciò che dice e torna a essere ciò che indossa.

Anche ove fosse stata lei a parlare di seduzione o un’amica avesse discusso con lei della minigonna da indossare, questo spiega l’origine del riferimento, ma non legittima a trasformarla nella "sminigonnata" o nella "seduttrice da quattro soldi". Quando quelle espressioni diventano un refrain, non descrivono più un episodio, ma appiccicano alla persona un’etichetta sessista e degradante.

E se, quando lo si fa notare, la reazione consiste nel difendere e rilanciare quell’etichetta, la battuta smette di essere un incidente e diventa cultura del luogo, mentre a nulla vale il "qui non è così" quando il costume è provato per tabulas. Né l’autodifesa del recinto né il dileggio spostano di un millimetro il merito della contestazione.

Essere in minoranza o finire sotto una raffica di sberleffi non ha spostato il punto; semmai, quella compattezza mi ha fatto osservare con curiosità antropologica quanto facilmente un linguaggio degradante venga assolto quando colpisce qualcuno che non piace, secondo una forma di autoindulgenza collettiva alla quale resto estranea.

Non avendo alcuna vocazione missionaria né interesse a convincere chi non vuole interrogarsi sul proprio linguaggio, lascio volentieri gli interessati a pascersi nel proprio compiacimento. Vi sono luoghi semplicemente poco confacenti alla mia indole e, lungi da me estendere indiscriminatamente a tutti il biasimo generato da quanto ho visto, mi rinfranco nel silenzio guadagnato Enjoy the Silence

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