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Lea Garofalo

Lea Garofalo
Lea Garofalo Silent Jo

Nata a Petilia Policastro in una famiglia attraversata dalla ’ndrangheta e dalla faida, Lea Garofalo ebbe Denise alla fine del 1991 dalla relazione con Carlo Cosco, appartenente a un ambiente criminale crotonese radicato a Milano.

Quando Cosco venne arrestato nel 1996, Lea interruppe la relazione e cercò di costruire per sé e per la figlia una vita diversa, iniziando alcuni anni dopo a fornire agli investigatori informazioni sugli omicidi e sulle dinamiche criminali di cui era a conoscenza.

Quella di Lea non fu soltanto una collaborazione con la giustizia, ma una rottura che riguardava tanto l’uomo con cui aveva vissuto, quanto la famiglia mafiosa e il destino che quel mondo sembrava aver preparato anche per sua figlia Denise.

Entrata nel programma di protezione, ne uscì in seguito, continuando a vivere in una condizione di forte esposizione. Nel maggio 2009 sfuggì a un tentativo di sequestro a Campobasso e, pochi mesi dopo, il 24 novembre, venne attirata a Milano e uccisa.

La Cassazione rese definitive le condanne per il suo omicidio e la distruzione del cadavere, confermando l’ergastolo per Carlo Cosco, Vito Cosco, Rosario Curcio e Massimo Sabatino e la condanna a venticinque anni per Carmine Venturino.

Denise aveva diciassette anni quando sua madre scomparve e comprese quasi subito ciò che poteva essere accaduto. Il giorno successivo era già davanti ai Carabinieri ma, per mesi, continuò a frequentare uomini che riteneva coinvolti nell’omicidio, compreso suo padre, fingendo di non sapere e vivendo accanto a coloro dai quali Lea aveva cercato di allontanarla.

Quando, nel settembre 2011, entrò nell’aula della Corte d’assise di Milano per testimoniare, lo fece nascosta da un paravento, raccontando di essere rimasta per circa un anno vicino a quegli uomini pur ritenendoli responsabili della morte della madre e riassumendo quella condizione in poche parole, “Non avevo scelta”.

Quella scelta avvenne dopo, quando Denise portò nel processo ciò che sapeva e attraversò anche lei il confine che sua madre Lea aveva tentato di oltrepassare prima di lei. In tempi diversi, madre e figlia si trovarono a rompere con lo stesso ambiente, pagando quella rottura in forme diverse ma dentro la stessa storia familiare.

L’omicidio di Lea non si esaurì il 24 novembre 2009 né riguardò soltanto la donna uccisa, riportandoci all’immagine degli anelli nello stagno. Intorno restavano una figlia minorenne, il processo contro il proprio padre, la protezione e la necessità di ricostruire altrove relazioni e quotidianità, portando con sé una vicenda dalla quale non bastava cambiare luogo per uscire.

Nella relazione finale del settembre 2022 dedicata a collaboratori e testimoni di giustizia, la Commissione parlamentare antimafia ha definito di “enorme portata” le conseguenze dell’ingresso nel sistema di protezione sulla sfera psicologica, affettiva e relazionale, richiamando lo sradicamento dal precedente vissuto, dalle persone e dai luoghi cari.

La protezione, infatti, non coincide con il semplice trasferimento da un luogo pericoloso a uno sicuro, perché mette al riparo una persona imponendole spesso di ricostruire altrove la propria vita.

Uscire da una famiglia mafiosa può significare sottrarsi insieme al clan e ai propri legami, perdendo ciò da cui si fugge ma anche ciò a cui, nonostante tutto, si appartiene. È un confine che altre donne hanno attraversato prima e dopo Lea Garofalo, talvolta riuscendo a costruire una vita diversa, altre tornando indietro, cedendo alle pressioni o pagando quella scelta con la vita.

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