Virgola

This is not America

Memoria senza coscienza

This is not America
This is not America Silent Jo

Cosa è rimasto dell’American dream, dell’America nella quale tutto sembrava possibile, almeno nell’immaginario che si era costruita di sé, la grande democrazia occidentale capace di trasformare il merito in opportunità, l’ambizione in riscatto, sottraendo l’origine modesta al peso di una condanna capace di segnare per sempre il corso dell’esistenza?

Malcolm X aveva capito molto prima di noi quanto fragile fosse quella narrazione e quanto andasse rovesciata, “We don't see any American dream. We've experienced only the American nightmare”; quel nightmare, in realtà, non se n’è mai andato.

Il razzismo americano è sempre stato lì, malamente nascosto sotto la superficie, tornando fuori periodicamente con tutta la propria violenza.

Almeno quello più esplicito, però, per un certo tempo ha conservato lo stigma di qualcosa di cui una società civile dovesse vergognarsi, ma oggi quel velo è caduto e ciò che prima si cercava di mascherare è diventato linguaggio corrente, sdoganato dalla bocca di un POTUS delinquenziale, mentre si ripulisce la memoria della Confederazione, fino ad arrivare a eliminare dai contratti federali l’esplicito divieto delle segregated facilities, pur continuando a proclamare che la segregazione è illegale.

Non mi stupirei se bandiere confederate e cappucci del Ku Klux Klan circolassero molto più liberamente di quanto ci venga mostrato, perché basta guardare ciò che accade agli immigrati per capire quanto si sia spostata l’asticella, con l’ICE attorno alle scuole, famiglie che hanno paura di mandare i figli a lezione o di andare a lavorare, persone cercate nei luoghi di lavoro e nelle proprie comunità, mentre origine, lingua e colore della pelle tornano a rendere qualcuno sospetto, molto più di prima, in un racial profiling che ormai non finge nemmeno di nascondersi.

“You can't separate peace from freedom because no one can be at peace unless he has his freedom”, diceva Malcolm X, e più guardo ciò che accade più penso che abbia colto il punto essenziale, perché non si può chiedere docilità a chi viene schiacciato e poi chiamarla pace.

Lo stesso vale quando il potere smette di limitarsi alle parole e mette le mani sulla rappresentanza. Malcolm X chiariva che “They got a thing that they call gerrymandering. They maneuver you out of power” e oggi l’amministrazione Trump propone di escludere dal censimento milioni di immigrati, compresi alcuni legalmente presenti, incidendo sulla base dalla quale dipendono rappresentanza, collegi e risorse.

TACO è arrivato a promettere 5.000 dollari a ogni adulto americano se i repubblicani conserveranno il controllo del Congresso. Dalle mie parti, quando prometti soldi agli elettori a condizione che vinca il tuo partito si chiama voto a pagamento. Chiamarlo Trump dividend non lo rende meno osceno, lo rende soltanto più presentabile, perché resta compravendita del consenso, manipolazione del voto e corruzione del processo democratico.

Ammiro Malcolm X non per l’iconografia del ribelle, ma per la lucidità con cui aveva visto le falle del sistema molto prima che diventassero così sfacciate, individuando quella capacità di proclamare libertà decidendo poi chi possa goderne davvero e, soprattutto, di trasformare la vittima nel colpevole, “make the victim look like the criminal, and the criminal look like the victim”.

Basta spostare lo sguardo fuori dagli Stati Uniti e il meccanismo resta quello, chi ha eserciti, bombardieri, droni, intelligence e arsenali può occupare, bombardare, affamare e continuare a chiamarsi difensore, mentre chi subisce, appena reagisce, diventa il terrorista, persino quando a morire sono bambini in fasce o giornalisti rei di documentare lo sterminio. La violenza cambia nome a seconda di chi la esercita, proprio ciò che Malcolm X rifiutava quando diceva “if violence is wrong in America, violence is wrong abroad” e ricordava che “it is criminal to teach a man not to defend himself” quando viene continuamente aggredito.

Ho sempre sentito profondamente il peso della Shoah, delle persecuzioni e dell’antisemitismo e continuo a pensare che chi non lo sente sia un essere umano indegno. Perciò guardare Gaza è diventato per me insopportabile, perché vedo un governo devastare un popolo continuando a rivendicare per sé il ruolo esclusivo della vittima, attribuendo ai palestinesi l’etichetta di terroristi, quando una Commissione d’inchiesta indipendente delle Nazioni Unite ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza, conclusione che, it goes without saying, Israele respinge.

In questo scenario non si possono lasciare fuori due animali come Ben-Gvir e Smotrich, le cui parole sono ripugnanti ma, ancora più orribile, è sapere che non cadono nel vuoto e che una parte della popolazione le condivide, circostanza che non consente di liquidare tutto come il delirio di due estremisti e andare avanti come se nulla fosse.

Negare oggi lo sterminio dei palestinesi significa, per me, entrare nello stesso territorio del negazionismo, non perché Shoah e Gaza siano sovrapponibili, ma perché identico è il riflesso di voltarsi dall’altra parte quando i fatti disturbano la narrazione che ci siamo scelti. Cambiano il contesto, i numeri, i responsabili e le vittime, ma resta intatta la responsabilità di riconoscere l’oppressione mentre accade, non quando il tempo l’ha resa innocua, i morti sono diventati memoria e deporre una corona non costa più niente a nessuno.

Per decenni abbiamo celebrato il Giorno della Memoria pronunciando mai più davanti alla Shoah, così come ogni 11 settembre abbiamo ricordato le Torri, le vittime e il terrorismo, convincendoci che ricordare servisse a qualcosa.

Quest’anno, invece, io non ho scritto nulla, e non perché abbia dimenticato, perché ricordo perfettamente l’impatto degli aerei, il fumo, i corpi nel vuoto, persone costrette a scegliere non se morire ma come, e quelle immagini continuano a colpirmi come un destro nello stomaco.

Ciò che è cambiato, guardando il mondo che è venuto dopo, è il sentimento con cui oggi osservo tutto questo, perché se dopo Auschwitz, la segregazione, il Ku Klux Klan, l’11 settembre e tutti i nostri solenni mai più continuiamo a scegliere chi abbia diritto alla libertà, chi alla difesa, chi al dolore e persino chi possa essere chiamato vittima, allora torno inevitabilmente a Malcolm X e a quel “freedom for everybody or freedom for nobody”, e mi sorge il sospetto che forse la storia l’abbiamo ricordata benissimo, senza capirne un cazzo.

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