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Epopea del viaggio di verbali secretati dalla Lomellina a Parma

I Verbali viaggiatori

Epopea del viaggio di verbali secretati dalla Lomellina a Parma
Epopea del viaggio di verbali secretati dalla Lomellina a Parma Silent Jo

La consulenza personologica attribuita ad Alessandra Bramante sarebbe stata costruita sui verbali delle dichiarazioni rese da Alberto Stasi il 13, il 17 e il 22 agosto 2007, atti dell’indagine allora coperti dal segreto investigativo che, formati tra Garlasco e Vigevano, risulterebbero essere arrivati fino al RIS di Parma, dove sarebbero stati utilizzati per una valutazione che la Procura non risulta avere richiesto.

Questo sempre che sia corretta l’intuizione formulata da Milo Infante sull’unico soggetto che, a suo giudizio, avrebbe potuto commissionare alla Bramante quella consulenza personologica.

Di quelle tredici pagine sappiamo ancora pochissimo, salvo che sono rimaste sepolte per diciannove anni nei faldoni del RIS, poi acquisiti in originale da Civardi, senza che nessuno dei protagonisti finora sentiti sembri averne rivendicato la paternità, mentre diversi opinionisti ne avevano peculiarmente anticipato o evocato contenuti che, ufficialmente, non risultavano conoscere.

Non avevamo ancora metabolizzato la scoperta che nel caso Garlasco persino una carta intestata possa produrre una consulenza che la professionista cui appartiene nega di avere redatto o trasmesso, e siamo di nuovo messi a dura prova dall’analoga intraprendenza dei verbali, capaci di lasciare la Lomellina e raggiungere Parma senza che sia comparso l’atto che ne documenti il viaggio o, almeno, uno scontrino dell’autogrill lungo il tragitto.

La questione, epurata del folklore che inevitabilmente ne deriva, è molto semplice, perché quei verbali erano coperti dal segreto investigativo e qualcuno deve avere disposto o consentito che uscissero dal circuito nel quale erano custoditi, raggiungessero Parma e venissero utilizzati per un’attività diversa da quella per la quale erano stati formati.

Se da Parma fosse partita una richiesta, una sollecitazione o un incarico, in Lomellina qualcuno avrebbe dovuto ritenerli sufficienti per trasmettere atti secretati, assumendosi la responsabilità di quella consegna; se invece l’invio fosse avvenuto per altra via, sarà necessario ricostruirla attraverso l’atto, la disposizione o la prassi che consentì a quei documenti di finire nella disponibilità del RIS.

Solo chiarendo questo passaggio diventa possibile affrontare il ruolo di Luciano Garofano senza confondere la gerarchia militare con la titolarità processuale, perché essere comandante del RIS spiega la posizione interna al reparto, non certo dimostra che potesse ricevere atti secretati dell’indagine, utilizzarli o metterli a disposizione per una consulenza personologica.

Se esiste un atto formale che lo investiva di una funzione tale da consentirgli di ricevere quei verbali, leggerli e utilizzarli nell’ambito delle attività del RIS, sarà quello a chiudere la questione; se non esiste, la catena gerarchica non può surrogare ciò che manca sul piano processuale e resta da spiegare attraverso quale titolo quei documenti siano arrivati nella disponibilità di chi li utilizzò.

Qualora fosse corretta l’ipotesi che attribuisce a Garofano la commissione della personologica, il problema diventerebbe ancora più netto, perché non si tratterebbe soltanto di stabilire se potesse richiedere una valutazione del genere, ma di spiegare chi gli abbia consegnato i verbali sui quali quella valutazione fu costruita e in forza di quale potere abbia ritenuto di poterlo fare.

Qui non si tratta di inseguire l’ennesima anomalia del caso Garlasco, ma ricostruire il passaggio attraverso il quale tre verbali coperti dal segreto investigativo lasciarono Garlasco e Vigevano, arrivarono al RIS di Parma e finirono dentro una consulenza che la Procura non risulta avere richiesto.

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