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Il Sant’Uffizio, purché si tratti di Alberto Stasi

di doppie Z e di qualche Gianluigi

Il Sant’Uffizio, purché si tratti di Alberto Stasi
Il Sant’Uffizio, purché si tratti di Alberto Stasi Silent Jo

Le precisazioni dovrebbero servire a chiudere i vuoti di una ricostruzione ma, qualche volta, ottengono l’effetto opposto e, nel tentativo di sistemare un dettaglio, accendono i riflettori proprio là dove fino a quel momento nessuno aveva pensato di guardare.

Mi riferisco al comunicato di Gian Luigi Tizzoni e Paolo Reale, letto il 24 agosto 2026 durante Verità nascoste – Il Diario, nel quale si precisa che Tizzoni avrebbe appreso dell’ingresso di Antonio De Rensis nella difesa di Alberto Stasi già la sera del 24 maggio 2022, subito dopo lo speciale de Le Iene dedicato a Garlasco, grazie a «fonti giornalistiche», informandone immediatamente i familiari di Chiara Poggi.

La puntualizzazione ha un suo peso perché, stando a quanto riportato sull’esposto di Stefania Cappa, lei avrebbe ricevuto dal cugino Paolo Reale la notizia dell’ingresso di De Rensis soltanto l’8 luglio 2022, insieme al riferimento a una possibile ricostruzione alternativa dei fatti. Il 24 maggio, dunque, Cappa non compare ancora quale destinataria di quella comunicazione ma, se prendiamo per buona la ricostruzione fornita oggi da Tizzoni, il suo nome starebbe già circolando altrove.

Sempre nel comunicato si legge che quella notizia «né fu diffusa al pubblico ma solo a soggetti legittimati» e, poco dopo, la si definisce «già di dominio pubblico». Le due affermazioni possono certamente convivere, purché qualcun altro l’avesse già resa pubblica, con l’asfissiante presenza di un busillis, piccinino nelle dimensioni ma ingombrante nella sostanza, capire chi, dove e quando.

Il giorno successivo, nell’intervista rilasciata a Chiara Ingrosso, Tizzoni aggiunge un tassello raccontando che quella sera lo avrebbero contattato «molti giornalisti», alcuni dei quali non gli avrebbero riferito soltanto dell’arrivo di De Rensis nella difesa Stasi, ma persino della possibile intenzione del nuovo legale di lavorare alla revisione indicando Stefania Cappa quale pista alternativa. Quanto alla fonte originaria di quelle informazioni, Tizzoni dichiara di non conoscerla.

Fermiamo allora questo benedetto orologio, perché il bello della storia si consuma in poche ore e, visto che ormai siamo entrati nella notte, concediamoci anche un poco di teatro.

È il 24 maggio 2022 e Italia 1 trasmette Delitto di Garlasco, la verità di Alberto Stasi, lo speciale che Le Iene avevano annunciato per la prima serata, nel quale Stasi torna a proclamarsi innocente e ripercorre indagini, perizie ed errori che ritiene determinanti nella costruzione della propria condanna.

Secondo il racconto di Tizzoni, mentre quella voce torna davanti al pubblico, «molti giornalisti» conoscono già l’ingresso di De Rensis e alcuni persino la possibile direttrice Cappa. La notizia sembra correre parecchio, dunque, ma lungo un circuito che al momento ci sfugge, perché nelle ricerche svolte fin qui non siamo riusciti a rintracciare, entro quella sera, l’articolo, il lancio d’agenzia o il servizio attraverso il quale quell’informazione fosse diventata davvero conoscibile dal pubblico.

Ed allora dilettiamoci a osservare il pendolo, oppure seguiamo i granelli di una clessidra mentre tempus fugit.

Alle 01.00 del 25 maggio 2022 La Stampa pubblica Da Garlasco a Erba, quando l’assassino si rifà il trucco affidandosi alla pancia del Paese, a firma di Gianluigi Nuzzi, facendo irrompere nella nostra sala da ballo anche la seconda doppia Z mentre l’orchestra può finalmente attaccare la rumba.

Il titolo è già sufficientemente s.u.g.g.e.s.t.i.v.o. ma il testo, come si dice a Roma, toje la sete cor prosciutto. Basta l’esordio, con Cesare Lombroso destinato alla disoccupazione e al ludibrio in un’Italia «dove tutti gli assassini sono innocenti», per capire che non siamo davanti a una sobria difesa del valore della sentenza definitiva. Nuzzi descrive condannati che «si rifanno il trucco», predicano la propria «candida illibatezza», indulgono in un «narciso autocompatimento» e si affidano alla «pancia del Paese» nella speranza di sollevare un «venticello innocentista» capace di insinuare qualche dubbio.

Quando arriva ad Alberto Stasi, il salto dalla decisione giudiziaria al giudizio sull’uomo diventa drammaticamente evidente. È «l’assassino Alberto Stasi», quello che avrebbe «ammazzato la fidanzata Chiara»; i rilievi sulla contaminazione della scena vengono liquidati con «Poco, niente» e, quando Stasi afferma che chi gli domanda se sia l’assassino non sappia di cosa stia parlando, Nuzzi replica che lui, invece, saprebbe bene che cosa sia accaduto. Non basta, perché ne definisce «anemica» la figura, giudicandola incapace di suscitare empatia.

Il resto completa il quadro con la comparsa delle «lacrime secche dei colpevoli», poi Rosa e Olindo, Antonio Logli e Massimo Bossetti, mentre persino l’affetto dei familiari viene ricondotto all’idea che sia preferibile avere «un parente in cella per un errore giudiziario che per aver ammazzato qualcuno». Il condannato che continua a proclamarsi innocente non viene soltanto contraddetto sul terreno giudiziario, ma inserito in una rappresentazione morale nella quale l’insistenza sulla propria innocenza diventa autocompiacimento, l’affetto dei familiari una forma di rimozione e il dubbio dell’opinione pubblica un cedimento della «pancia del Paese».

È questo, a mio giudizio, l’aspetto più discutibile e persino amorale dell’operazione retorica. La condanna definitiva di Stasi esiste e nessuno può cancellarla, ma usarla come patente per giudicare il carattere dell’uomo, la sua capacità di suscitare empatia, la sincerità con cui continua a proclamarsi innocente e persino le ragioni intime degli affetti familiari significa spostarsi ben oltre la cronaca e la critica della tesi innocentista. Una sentenza stabilisce una responsabilità penale, non consegna automaticamente a chi la racconta la dignità dell’uomo come ulteriore territorio da dissodare.

Non è neppure un principio che sto confezionando oggi sulla misura di Nuzzi. Soltanto qualche giorno fa, in Fate presto, scrivevo che «la dignità di una persona non diventa terra di nessuno perché quella persona è stata condannata» e che «una condanna penale non contiene una pena accessoria chiamata pubblica umiliazione sessuale». Lì parlavo dell’ostinazione con cui, ancora oggi, si continua a scavare nella vita privata e nella sessualità di Stasi; qui il terreno è diverso ma il principio rimane identico, perché una pena può privare un uomo della libertà nei termini stabiliti dalla legge, non trasformarlo in proprietà pubblica né rendere perpetuamente disponibile la sua dignità al giudizio, allo scherno o alla dissezione morale.

Che la violenza del registro di Nuzzi non sia una lettura maturata soltanto oggi lo testimonia anche la reazione, appena due giorni più tardi, di Gian Domenico Caiazza, allora presidente dell’Unione delle Camere Penali, che parla della «reazione furibonda» di Nuzzi allo speciale delle Iene, contestando proprio la perentorietà con cui definiva Stasi assassino.

Tre anni dopo sotto i riflettori finisce Andrea Sempio e il registro di Nuzzi cambia, e figuriamoci. Questa volta non siamo davanti a un condannato definitivo, ma a un indagato sul quale la Procura sta verificando un’ipotesi investigativa che, qualora trovasse conferma, inciderebbe inevitabilmente anche sulla ricostruzione del delitto che ha condotto alla condanna di Stasi. E proprio adesso Nuzzi avverte il pericolo di un nuovo processo indiziario e arriva a dire di non voler vedere Sempio trasformato in «uno Stasi 2».

La distanza fra i due registri è tutta qui. Nel 2022 la proclamazione d’innocenza di Stasi poteva essere immersa nel «narciso autocompatimento», accompagnata dalle «lacrime secche dei colpevoli» e sovrastata da un giudizio persino sulla capacità dell’uomo di suscitare empatia; nel 2025, quando cambia il soggetto al centro dell’inchiesta, diventa urgente ricordare quanto possa essere pericoloso che la rappresentazione mediatica preceda e quasi sostituisca l’accertamento giudiziario.

Quanto alla notte delle doppie ZZ, fermiamoci dove ci fermano i fatti. Non sappiamo chi abbia parlato con Tizzoni e nulla consente di collocare Nuzzi fra i giornalisti che, secondo il suo racconto, lo contattarono quella sera, dunque sarebbe arbitrario inventare collegamenti che non possediamo e, invero, non ce n’è alcun bisogno. Limitiamoci a goderci i danzatori che, tra una rumba e una giravolta da dervisci, continuano a ruotare attorno a un’informazione che in quell’ambiente sembra già nota a molti e della quale, almeno per ora, nessuno riesce a indicarci la traccia attraverso cui sarebbe diventata pubblica.

Il resto lo fanno le parole di Nuzzi, senza bisogno di aggiungerne altre alle sue. Nel 2022 la condanna di Stasi sembra consentirgli di andare molto oltre la sentenza e di mettere sotto scrutinio l’uomo; nel 2025, davanti a Sempio, quello stesso Stasi diventa invece il paradigma di ciò che sarebbe pericoloso ripetere. È difficile non vedere in questa diversa misura una cautela giornalistica a geometria variabile e viene quasi spontaneo ricordare Orwell e quella curiosa fattoria nella quale tutti erano uguali, salvo qualcuno che finiva per esserlo un po’ più degli altri.

Il principio secondo cui un uomo non dovrebbe essere trasformato mediaticamente in colpevole prima dell’accertamento delle prove è sacrosanto; proprio per questo rimane difficile capire perché, nel 2022, la condanna definitiva di Stasi dovesse autorizzare anche tutto il resto.

Chi scrive non può che esortare il lettore a recuperare quell’articolo di Nuzzi e a leggerlo integralmente, perché gli abstract che vi ho proposto sono ben poca cosa rispetto alla brutalità che vi ho trovato.

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