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Nuove categorie merceologiche

... o dell’onnipotenza processuale

Nuove categorie merceologiche
Nuove categorie merceologiche Silent Jo

Il 25 agosto, a Verità Nascoste, la lettura di alcuni passaggi della denuncia-querela presentata da Stefania Cappa contro Antonio De Rensis, Alessandro De Giuseppe e Francesco Marchetto ha fissato un dato sino ad allora non emerso pubblicamente con chiarezza. Stando a quanto risulterebbe scritto nell’atto, la Cappa avrebbe appreso l’8 luglio 2022 dal cugino Paolo Reale che De Rensis era entrato nella difesa di Alberto Stasi e, solo cinque giorni dopo, il 13 luglio, il suo studio avrebbe contattato quello del legale per proporgli di partecipare come relatore a un progetto di convegni di diritto sportivo.

Umberto Brindani ha osservato che «la conferma che Stefania Cappa il 13 luglio era a conoscenza che De Rensis era l’avvocato di Stasi rende ancora più strana la richiesta a lui di partecipare come relatore a un convegno di diritto sportivo»; De Rensis, dal canto suo, ha definito questo passaggio uno dei più grandi autogol contenuti nell’atto.

Il punto non è che un’avvocata telefoni a un collega per proporgli un convegno, bensì il momento e il contesto in cui quel contatto matura. De Rensis aveva già raccontato di essere stato contattato, nel tardo pomeriggio del 13 luglio, dallo studio di Stefania Cappa per quello che egli ha descritto come un possibile coinvolgimento in iniziative CONI, poi rimasto senza seguito; solo il 25 agosto ha però appreso che, al momento della telefonata, Cappa conosceva già da alcuni giorni il suo ingresso nella difesa Stasi, circostanza che lo ha indotto a rileggere diversamente l’episodio e a chiedersi perché, fra tanti professionisti del diritto sportivo, proprio la cugina di Chiara Poggi avesse ritenuto opportuno rivolgersi a lui.

Condividendo la perplessità sul piano dell’opportunità, mi sono chiesta in che cosa consistesse quel progetto.

Valeria Mettica, legale di Stefania Cappa, ha spiegato che la sua assistita faceva parte della Commissione Diritto dello Sport dell’Ordine degli Avvocati di Milano e che De Rensis sarebbe stato individuato per l’esperienza maturata nel caso Andrea Iannone, nel quale il doping da contaminazione alimentare aveva avuto un ruolo centrale; spiegazione astrattamente plausibile, tanto più che, attraverso il sito dello studio Cappa, ho rintracciato un articolo sul caso Kamila Valieva, dedicato proprio al doping da contaminazione e al ruolo del CAS Ad Hoc, pubblicato sul Sole 24 Ore il 27 luglio 2022.

L’articolo attesta che Cappa si interessò a quella materia, non l’esistenza del progetto indicato oggi a spiegazione della telefonata. Nell’archivio pubblico della Commissione non compare, fra le attività svolte nel 2022, alcun convegno o tavolo sul doping da contaminazione e, quando nel 2024 venne organizzato un incontro specifico sul procedimento antidoping, la relazione intitolata proprio Il doping da contaminazione fu affidata all’avvocato Paolo Marsilio, mentre Stefania Cappa intervenne nello stesso corso su altra materia; di De Rensis non v’è traccia, SE&O.

Non risultando pubblicati i verbali delle riunioni del 2022, non è possibile escludere che un progetto ancora in nuce sia stato discusso e poi abbandonato; eventuali email, bozze o verbali consentirebbero evidentemente di sgomberare il campo da ogni equivoco.

La perplessità di De Rensis, peraltro, non nasce quale reazione all’attuale denuncia. Già l’11 dicembre 2025, a Ore 14 Sera, raccontò che il 13 luglio 2022 nel proprio studio era accaduto qualcosa che non lo aveva spaventato ma lo aveva turbato e che, il giorno successivo, aveva riferito l’accaduto al procuratore capo Fabio Napoleone e poi ai sostituti; soltanto nel maggio 2026 rivelò pubblicamente che quel contatto era riconducibile a Stefania Cappa.

Quest’ultima non era parte del processo contro Alberto Stasi, ma sarebbe altrettanto fuorviante descriverla come una collega estranea alla vicenda, essendo la cugina di Chiara Poggi, più volte sentita dagli investigatori e autrice di dichiarazioni entrate nel materiale processuale; circostanze che non rendono illecito il contatto, ma consentono certamente di interrogarsi sulla sua opportunità.

La vicenda del 13 luglio si inserisce in una storia assai più lunga di attenzione verso la rappresentazione mediatica della famiglia. Quattro giorni dopo l’omicidio, nel 2007, una telecamera in caserma registrò Stefania mentre domandava a un amico che cosa stessero scrivendo i giornali; nelle trascrizioni pubblicate molti anni dopo da Giallo e successivamente riprese dalla stampa vengono inoltre attribuiti a Ermanno Cappa riferimenti a un lavoro molto minuzioso, alla necessità di contenere l’esposizione televisiva delle figlie, a rapporti con esponenti istituzionali, Garante della Privacy e Ordine dei giornalisti e, in altra conversazione, alla volontà di attaccare Vittorio Feltri e individuare chi gli fornisse materiale favorevole a Stasi.

Non sono elementi dai quali ricavare attività illecite, ma documentano quanto il tema della rappresentazione mediatica e del contrasto alle narrazioni ritenute dannose fosse presente nella famiglia sin dall’origine.

Nel 2025 Ermanno Cappa presentò un esposto all’Ordine dei giornalisti del Lazio contro Rita Cavallaro, conclusosi con un non luogo a procedere deliberato all’unanimità; il 12 marzo 2026 Ore 14 Sera diede poi notizia della querela numero 49 presentata dalla famiglia Cappa contro giornalisti, avvocati e youtuber. Il dato va maneggiato con prudenza, perché querele, esposti, integrazioni e procedimenti non necessariamente coincidono e, il 26 maggio, alla Procura di Milano risultavano 79 fascicoli complessivi nei quali confluivano anche iniziative della famiglia Poggi.

La distinzione è importante, perché nei confronti dei Poggi sono circolate accuse di gravità estrema, dal presunto coinvolgimento di Marco nell’omicidio fino a ricostruzioni aberranti sulla vita privata di Chiara e della famiglia; di fronte all’attribuzione di fatti simili trovo pienamente comprensibile il ricorso alla magistratura.

La tentazione lessicale sarebbe quella di parlare di querelificio, ma trasformare una suggestione in definizione significherebbe esprimere un giudizio indistinto sulla fondatezza delle singole iniziative che non ci compete, mentre resta criticabile la loro dimensione complessiva, salva la verifica di quanto sia stato realmente depositato e di quanto sia rimasto soltanto annunciato.

Il problema, dunque, non è la querela in sé, bensì ciò che accade quando la risposta giudiziaria assume dimensioni tali da diventare una modalità quasi permanente di gestione del discorso pubblico.

Nella denuncia contro De Rensis, De Giuseppe e Marchetto viene prospettata l’esistenza di una presunta regia e di una campagna coordinata volta a coinvolgere la famiglia Cappa nel delitto; stando a quanto reso noto dalla stessa difesa, per costruire l’atto era stata incaricata una società investigativa privata già nell’autunno 2025. Non siamo più soltanto davanti alla reazione verso singole affermazioni ritenute diffamatorie, ma al tentativo di ricostruire un sistema attraverso investigazioni private, registrazioni e rapporti fra professionisti. Spetterà alle Procure valutarne l’eventuale rilievo penale, mentre l’impostazione complessiva resta legittimamente sottoponibile a critica.

In questo contesto la vicenda di Milo Infante diventa emblematica. Nell’atto Cappa comparirebbe una dichiarazione attribuita a Roberta Bruzzone secondo la quale De Rensis avrebbe pronunciato pesanti affermazioni su Stefania Cappa alla presenza, fra gli altri, dello stesso Infante; il giornalista ha negato di avere mai sentito nulla del genere e ha chiesto di essere ascoltato dall’autorità giudiziaria, mentre De Rensis ha negato a sua volta osservando che «io alla dottoressa Bruzzone non racconterei neanche che gelato ho mangiato ieri».

Bruzzone ha quindi annunciato iniziative giudiziarie contro Infante, dichiarando di poter documentare quanto riferito; a seguito della diffusione televisiva di parte del contenuto dell’atto, Stefania Cappa ha annunciato di aver denunciato Infante per ricettazione e, secondo quanto riferito dalla sua legale, per violazione del segreto investigativo.

Il cortocircuito è eloquente, perché una dichiarazione attribuita a Bruzzone chiama in causa Infante quale presente, Infante la smentisce, Bruzzone annuncia di portarlo in tribunale e la pubblicazione dell’atto genera un’ulteriore iniziativa giudiziaria.

Infante ha definito intimidatoria l’iniziativa nei propri confronti, riferendosi al suo effetto e non a un’autonoma fattispecie di reato; Giuseppe Giastella, sempre a Verità Nascoste, ha ricondotto la questione a un problema più generale, ricordando che «in Italia è facile ricorrere a querele temerarie. L’Ordine dei giornalisti e la Federazione della stampa hanno ripetutamente chiesto normative specifiche che proteggano di più i giornalisti».

Nessuno può stabilire oggi che le querele dei Cappa siano temerarie; lo stabiliranno eventualmente, caso per caso, le autorità competenti nelle ormai celeberrime sedi opportune. Forse converrà restare in piedi, perché quelle sedi sembrano già particolarmente sovraffollate.

Il tema resta però serio ché una querela, anche quando si concluda con un’archiviazione, comporta assistenza legale, costi, tempo e preoccupazioni e, per chi fa informazione, può incidere sulla scelta di continuare a occuparsi della stessa persona o vicenda. Quando il meccanismo coinvolge decine di giornalisti, avvocati, blogger, youtuber e commentatori, il problema trascende inevitabilmente il merito delle singole iniziative.

Uso dunque l’espressione onnipotenza processuale per descrivere, non una qualità delle persone, ma una dinamica nella quale il ricorso all’autorità giudiziaria tende a estendersi alla narrazione pubblica ritenuta ostile, così che una frase può diventare una querela, un giornalista che pubblica un atto può ritrovarsi denunciato per ricettazione, chi smentisce una dichiarazione può vedersi annunciare un’ulteriore iniziativa giudiziaria, mentre professionisti che sostengono ricostruzioni differenti possono essere collocati dentro una presunta regia.

Non conosco le motivazioni dietro la telefonata del 13 luglio, non so se il progetto esistesse in una forma embrionale che non ha lasciato tracce pubbliche, non posso prefigurare l’esito delle iniziative giudiziarie presentate dalla famiglia Cappa e non so cosa Bruzzone intenda produrre quando afferma di poter documentare tutto; so però che una domanda non diventa diffamatoria soltanto perché risulti urticante o sgradita a qualcuno e che il diritto di tutelare la propria reputazione convive con quello dei giornalisti di raccontare fatti di interesse pubblico, degli avvocati di difendere i propri assistiti e di chiunque di sottoporre a critica fatti e comportamenti documentati.

Perciò la domanda resta la stessa, quando la tutela giudiziaria della reputazione smette di essere soltanto difesa e comincia a somigliare alla pretesa di disciplinare per via giudiziaria ciò che gli altri possono dire, indagare, raccontare o mostrare?

Se poi volessimo tornare, soltanto per comodità espressiva, a quel querelificio evocato durante il ragionamento, non posso che augurarmi che resti una metafora e non diventi mai una nuova categoria merceologica del contenzioso; sarebbe singolare trasformare gli uffici giudiziari nel banco di prova permanente di continui judiciary stress test ogniqualvolta il conflitto sulla narrazione pubblica venga trasferito dalle parole alle aule di giustizia.

E forse proprio questo rende ancora più legittimo domandarsi quante Procure, quante querele, quanti esposti, quanti procedimenti disciplinari e quanti professionisti debbano essere coinvolti prima che sia lecito almeno porsi il problema.

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