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Il DNA che nel 2014 non ha visto il puttino

Il DNA che nel 2014 non ha visto il puttino
Il DNA che nel 2014 non ha visto il puttino Silent Jo

Mi sono imbattuta in un post di Luciano Garofano che pubblica immagini tratte dal controesame del professor De Stefano, spiegando come nel 2014 non fosse possibile escludere Alberto Stasi perché il profilo genetico ottenuto dai margini ungueali di Chiara Poggi non risultava interpretabile né attribuibile e che, mancando dati sufficientemente solidi, non si potesse includere qualcuno ma nemmeno escluderlo.

De Stefano aveva sostenuto che, per degradazione e possibile contaminazione, non fosse possibile formulare un’indicazione positiva di identità, aggiungendo che non si potesse escludere la presenza anche di DNA riferibile ad Alberto Stasi, facendosi poi ancora più esplicito in dibattimento nello spiegare di non sapere se quel DNA ci fosse oppure no.

E, fin qui, il racconto di Garofano può anche apparire corretto, non fosse che quella conclusione viene utilizzata oggi come se nel frattempo non fosse accaduto nulla, mentre proprio ciò che è emerso dopo cambia il peso di quelle parole.

Denise Albani ha infatti ripreso i risultati prodotti durante la perizia De Stefano e, valutando gli aplotipi ritenuti comparabili, è arrivata a conclusioni che con quel non si può escludere nessuno convivono malissimo, anzi, diciamo pure che non trovano proprio albergo.

Sulla traccia Y428 Alberto Stasi viene escluso quale contributore su 9 dei 12 loci tipizzati, mentre Andrea Sempio non viene escluso su 12 loci su 12. Sulla Y429 Stasi viene escluso su 8 loci su 10, mentre Sempio non viene escluso su 10 su 10.

Questo non significa che sotto le unghie di Chiara Poggi sia stato identificato Andrea Sempio, non lo dice Albani e non lo sta facendo nessuno, perché il cromosoma Y non consente un’identificazione individuale, essendo condiviso lungo la linea patrilineare e potendo ricorrere anche in altri soggetti della popolazione.

Possiamo però ricordare che, del gruppo familiare Sempio, il puttino documentatamente presente nella vita di casa Poggi e frequentante quell’abitazione fosse Andrea, senza che ciò dimostri alcunché sull’origine della traccia, evitando però di trasformare quel dato genetico in qualcosa piovuto sopra una popolazione maschile astratta e priva di contesto.

Nemmeno basta osservare che quel DNA potrebbe appartenere a Sempio così come a un numero indefinito di altri individui di sesso maschile, fermandosi prima della valutazione statistica. Per Y428 l’ipotesi che Sempio, o un soggetto della sua linea patrilineare, abbia contribuito alla traccia viene indicata come da 476 a 2153 volte più probabile rispetto all’ipotesi alternativa considerata, con supporto da moderatamente forte a forte. Per Y429 il rapporto va da 17 a 51, con supporto moderato.

Numeri che non fanno di Sempio l’autore della traccia per decreto, tantomeno dell’omicidio, ma rendono difficile raccontare la consulenza come se Albani si fosse limitata a dire che potrebbe essere lui, suo padre, suo nonno o un tizio qualsiasi incontrato alla fermata dell’autobus.

Le cautele restano tutte, dalla degradazione alla mancata replicazione, passando per le criticità degli aplotipi e i limiti del cromosoma Y, servendo a misurare il peso del risultato e non a cancellarlo, perché, con tutte le cautele possibili, resta che Stasi, che per De Stefano nel 2014 non poteva essere escluso, nei due profili ritenuti valutabili da Albani viene invece escluso.

Anche l’affermazione secondo cui quel DNA non avrebbe avuto alcun peso nella sentenza definitiva merita attenzione, avendo la Cassazione richiamato proprio la conclusione di De Stefano sulla degradazione e sull’impossibilità di arrivare a un’indicazione positiva o negativa di identità.

Quel DNA non ha condannato Stasi, ma non è nemmeno rimasto fuori dal ragionamento della sentenza, per cui dire che non abbia avuto alcun peso significa spingersi oltre quanto dicono le motivazioni.

Ma anche il quadro medico-legale si è mosso avendo  ricostruito la nuova consulenza una colluttazione durata diversi minuti, con Chiara ancora capace, almeno nella prima fase, di reagire e difendersi. Non basta per stabilire che il DNA sotto le unghie provenga dall’aggressore, rendendo però meno astratto un dato che nel 2014 veniva letto senza questa ricostruzione.

Quanto allo sterile clamore mediatico, difficile ridurre tutto a televisioni e social mentre la Procura di Pavia continua ad approfondire la questione, disponendo dopo il 415 bis una nuova consulenza affidata a Carlo Previderè proprio sul DNA e un ulteriore accertamento affidato a Cristina Cattaneo sul piede e sull’impronta della scarpa.

Si può discutere della degradazione, della contaminazione, della mancata replicazione e dei limiti del cromosoma Y, evitando di trasformare una compatibilità in un’identificazione. Diventa però difficile continuare a raccontare la vicenda fermandosi alle parole di De Stefano.

Dodici anni dopo il punto sta tutto non in ciò che disse allora, ma in ciò che di quei medesimi dati sappiamo oggi, lasciando pure da parte, per ora, le mirabolanti acrobazie bavatorie introdotte da Capra.

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