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L'antigenocidiaresimo non è un'aggravante

Ovvero della nazionalità del torto

L'antigenocidiaresimo non è un'aggravante Silent Jo

Non occorre essere di destra, sinistra, centro o di traverso per condannare una cattiva azione, un atto di terrorismo o un crimine contro l'umanità, occorre onestà intellettuale, quella che impedisce di cambiare metro di giudizio secondo l'identità di chi agisce e di chi ne subisce le conseguenze.

Youssef Siher, 30 anni, italiano di origini marocchine, laureato in Scienze umanistiche per la comunicazione alla Statale di Milano, dove ha frequentato anche il corso magistrale in Scienze politiche e di governo, è stato fermato su disposizione della Procura di Milano nell'ambito delle indagini sul cosiddetto Movimento 17 ottobre, con contestazioni che comprendono l'istigazione a delinquere aggravata, la violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche e l'ipotesi di associazione con finalità di terrorismo prevista dall'articolo 270-bis del codice penale.

Non lo conosco, non intendo difenderlo e non ho alcun interesse a farlo, ma voglio sapere quali condotte gli vengano attribuite, quali prove le sostengano e cosa sarà dimostrato, ammesso che lo sia e, qualora emergessero responsabilità penali, esigo che ne risponda, senza attenuanti o aggravanti inventate per l'occasione.

Che adori Allah, Dio o una piantina di basilico mi è del tutto indifferente, così come le sue origini marocchine, perché ciò che mi interessa è accertare se abbia commesso reati, non quale religione professi o a quale popolo esprima solidarietà.

E invece eccoci all'etichetta pro Pal, esibita quasi fosse un'aggravante, con il malcelato compiacimento di chi trasforma la solidarietà verso i palestinesi in un sospetto di terrorismo e la denuncia dei crimini dello Stato israeliano in una manifestazione di antisemitismo. Accuse che rimando al mittente, perché essere contro il genocidio non significa essere antisemiti, così come sostenere la causa palestinese non equivale ad approvare Hamas.

Potevano i più zelanti sostenitori della narrazione filoisraeliana sottrarsi a un banchetto tanto succulento? Naturalmente no, ed eccoli pronti a confondere un popolo con un'organizzazione armata, uno Stato con una religione e la critica alle politiche israeliane con l'odio verso gli ebrei, guardandosi bene dall'applicare al governo Netanyahu gli stessi criteri riservati a Hamas.

Si discuta pure della definizione di Israele come Stato terrorista, ma non si ignorino le accuse di crimini di guerra, crimini contro l'umanità e genocidio rivolte alle sue autorità, distribuendo nel frattempo patenti di antisemitismo a chi le denuncia.

È legittimo esaminare i profili social di Siher alla ricerca di elementi di radicalizzazione, ma apprendere che gridava intifada, grazie per avermelo fatto sapere, non dimostra alcuna appartenenza terroristica. La parola significa sollevazione e richiama due vicende differenti, la prima iniziata nel dicembre 1987 con scioperi, boicottaggi, disobbedienza civile e scontri contro l'occupazione israeliana; la seconda, cominciata nel settembre 2000, segnata da attentati suicidi contro civili israeliani e operazioni militari israeliane con migliaia di vittime palestinesi.

Secondo B'Tselem, organizzazione israeliana per i diritti umani, tra il settembre 2000 e il settembre 2010 le forze di sicurezza israeliane uccisero 6.371 palestinesi, tra i quali 1.317 minori, mentre i palestinesi uccisero 1.083 israeliani, dei quali 741 civili; cifre riferite a un decennio che comprende anche gli anni successivi alla seconda Intifada, la cui storia meriterebbe almeno di essere conosciuta prima di trasformare una parola in una prova d'accusa.

E allora cosa sai della Palestina, della sua storia, del suo popolo, e cosa di Israele? Parlami di terrorismo, di Hamas, di cosa renda terroristica un'organizzazione e di come anche uno Stato possa esercitare il terrore, spiegandomi perché ciò che condanni senza esitazione quando lo commette qualcuno diventi discutibile quando a commetterlo è qualcun altro.

Non cominciare dal 7 ottobre 2023, perché dovrei chiederti cosa tu sappia degli anni che lo avevano preceduto, comprese le informazioni sull'attacco di Hamas già disponibili ai vertici israeliani.

Nel 2018 l'intelligence militare aveva redatto un rapporto su un piano d'invasione con circa 3.000 combattenti, pervenuto, secondo Ynet, anche a Netanyahu; seguirono il piano Jericho Wall, che anticipava con impressionante precisione le modalità dell'attacco, e gli avvertimenti egiziani, ricostruiti nel settembre 2026 da The Atlantic e dal Wall Street Journal, risalenti almeno al giugno 2023. Il capo dell'intelligence egiziana Abbas Kamel si recò in Israele il 26 settembre, mentre ulteriori segnalazioni sarebbero arrivate fino al 5 ottobre ed anche il presidente degli Emirati Arabi Uniti avrebbe avvertito Netanyahu.

Nell'ottobre 2026 Yedioth Ahronoth e Ynet, confrontando il resoconto di 55 pagine diffuso dal primo ministro con la documentazione originale, hanno denunciato omissioni e alterazioni del contesto. Netanyahu ha negato di aver ricevuto alcuni avvertimenti, ma la successione degli allarmi e le controversie sulla loro ricostruzione sollevano interrogativi sulle responsabilità politiche e militari israeliane, rendendo assai poco convincente la rappresentazione di un attacco del tutto imprevedibile, pur senza dimostrare che fosse stato deliberatamente lasciato accadere.

E come si contano i morti? Con l'abaco, con la memoria o con qualche altro sistema che consenta di ricordarne alcuni e dimenticarne altri?

Ai circa 1.200 uccisi nell'attacco di Hamas del 7 ottobre si DEVONO aggiungere, secondo il bilancio sanitario del 22 ottobre 2026, almeno 74.498 palestinesi morti e 175.616 feriti a Gaza. Uno studio pubblicato nel febbraio 2026 su The Lancet Global Health stimava, per il solo periodo fino al 5 gennaio 2025, 75.200 morti per cause violente e ulteriori 8.540 decessi in eccesso per cause non violente, indicando un bilancio superiore a quello registrato dalle autorità sanitarie.

Al giugno 2026 l'UNICEF riferiva di almeno 21.700 bambini uccisi e 45.000 feriti, oltre 11.000 dei quali con lesioni permanenti, comprese mutilazioni e disabilità gravissime; migliaia di persone risultavano disperse sotto le macerie, mentre le rilevazioni satellitari delle Nazioni Unite documentavano il danneggiamento dell'82% degli edifici della Striscia, con 134.422 strutture completamente distrutte.

Interi quartieri rasi al suolo, abitazioni, scuole, ospedali, reti idriche, fognarie ed elettriche devastati, una popolazione privata delle condizioni indispensabili alla sopravvivenza e un sistema sanitario incapace di assistere adeguatamente feriti, amputati e malati, mentre anche dopo il cessate il fuoco dell'ottobre 2025 continuavano a morire civili, compresi bambini.

Riconoscere la gravità del massacro del 7 ottobre non significa ignorare quanto era accaduto prima né giustificare quanto è stato fatto dopo e continua ad accadere.

Gli ebrei non sono responsabili delle azioni dello Stato israeliano, né lo sono i palestinesi per quelle di Hamas.

L'antisemitismo va condannato quando si manifesta, non utilizzato come accusa contro chi denuncia violazioni dei diritti umani.

Parimenti va accettato l’antipalestinismo che è quella forma di genocidio perpetuata alla luce del sole dal governo di Israele.

La vicenda Siher richiama anche il problema dell'immigrazione, dell'integrazione e della criminalità, sul quale non vanno negate le difficoltà reali per timore di essere considerati intollerante.

L'islamofobia esiste, assume forme gravi e va contrastata, ma non mi sento invasa o minacciata da chi professa una religione diversa dalla mia, né ritengo che basti aprire indiscriminatamente porti e porte per risolvere i problemi dell'immigrazione.

Accogliere senza garantire lavoro, alloggio, servizi e possibilità d'integrazione danneggia chi arriva e aggrava le difficoltà di un Paese che non ha risolto quelle dei propri cittadini.

Povertà, emarginazione, sfruttamento e assenza di prospettive possono favorire percorsi criminali, tra immigrati e non, senza rendere la delinquenza una conseguenza inevitabile dell'indigenza o una caratteristica di chi proviene dall'estero.

Governare i flussi migratori, pretendere il rispetto delle leggi e perseguire chi delinque è necessario ma altro è sostenere che IL problema dell'Italia siano gli immigrati, come se criminalità, disuguaglianze e lavoro irregolare fossero comparsi con loro.

Ciò che è sbagliato resta sbagliato, che lo commetta un indocinese, un netturbino di Breganze, un italiano di seconda generazione, un cinese di prima, un marocchino oppure un italiano di ottava generazione, di più, voglio esagerare, con radici risalenti all'antica Roma e nato sull'Aventino.

Se però per stabilire quanto sia grave un'azione hai bisogno di conoscere prima la nazionalità di chi l'ha commessa, forse il problema non è l'azione che stai giudicando, ma il criterio con cui la giudichi.

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