Virgola

La colpevolezza necessaria

Ne quid falsi dicere audeat, ne quid veri non audeat

La colpevolezza necessaria Silent Jo

I principi enunciati da Cicerone attraversano i secoli conservando intatta la loro forza e richiedono a chiunque si confronti con la verità l'onestà di non alterare i fatti e il coraggio di riconoscerli, anche quando contraddicano le proprie convinzioni.

Il diritto regola la convivenza, disciplina l'accertamento delle responsabilità e stabilisce quando una decisione diventi definitiva, senza che la verità possa considerarsi esaurita in una sentenza o la sua ricerca subordinata agli interessi di chi abbia ottenuto ragione in giudizio.

Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva per l'omicidio di Chiara Poggi ma, diciannove anni dopo il delitto, la Procura di Pavia ritiene di aver individuato in Andrea Sempio un altro possibile responsabile, formulando una ricostruzione accusatoria che mette in discussione quella posta a fondamento della condanna e impone di esaminare i nuovi elementi senza opporre l'autorità del giudicato.

In tale scenario, dai patroni della famiglia Poggi ci si attenderebbe che alla tutela degli interessi dei propri assistiti accompagnassero la capacità di guidarli nella ricerca della verità, senza subordinarla alla conferma di una responsabilità già accertata. Del resto, il Codice deontologico forense, richiamando all'articolo 9 i doveri di indipendenza, lealtà e correttezza, impone al professionista un'autonomia di giudizio che non dovrebbe esaurirsi nell'assecondare le convinzioni del cliente.

Che le posizioni pubbliche dei legali rispecchino valutazioni personali o quelle dei familiari, resta da chiedersi quale consiglio venga offerto a chi, avendo subito una perdita irreparabile, dovrebbe essere aiutato a distinguere il bisogno di giustizia dalla volontà di vedere confermata una condanna, perché Chiara non tornerà, ma sapere chi l'abbia uccisa rimane l'unica risposta capace di rendere giustizia alla sua memoria.

Nel 1898 Émile Zola ha denunciato come l'opinione pubblica non volesse Dreyfus innocente, essendo la sua colpevolezza diventata necessaria alla salvezza della patria, mettendo a nudo il rischio di difendere una responsabilità già riconosciuta anche a costo di rifiutare nuovi elementi e, con essi, la verità.

Quanto appare allora inopportuna la dichiarazione del 16 gennaio 2026 di Gian Luigi Tizzoni e Francesco Compagna, che hanno denunciato il tentativo di riabilitare impropriamente l'assassino mettendo alla gogna la famiglia della vittima, mentre presentavano una consulenza informatica di parte sull'accesso di Chiara ai file pornografici presenti nel computer di Stasi. Se nuovi elementi dovessero dimostrare un errore giudiziario, riconoscerlo significherebbe rendere giustizia anche alla vittima, senza contrapporre gli interessi dei familiari all'accertamento del responsabile.

Nell'intervista del 18 gennaio al Fatto Quotidiano, Tizzoni ha parlato di golpe giudiziario per via mediatica, evocando un sovvertimento delle istituzioni mentre la Procura di Pavia conduceva le proprie indagini, per poi accusare, l'11 maggio, i magistrati di essersi accaniti nel cercare di sconfessare quanto già stabilito nelle aule di giustizia, attribuendo loro intenzioni estranee all'accertamento dei fatti.

Il 1° ottobre Francesco Compagna, intervistato dal Corriere della Sera, ha liquidato le novità investigative come solo fumo, sostenendo che chi riteneva innocente Stasi non avesse studiato adeguatamente gli atti, mentre emergevano le due corse negative sui pedali della bicicletta, rimaste fuori dal materiale processuale e mai conosciute, secondo le dichiarazioni di Avato e Fabbri, dai consulenti della difesa. Un'accusa di ignoranza degli atti quantomeno paradossale, considerando che proprio le nuove indagini hanno rivelato risultati mai messi a disposizione della difesa.

In un ulteriore comunicato di ottobre, Tizzoni e Compagna hanno sostenuto che le indagini dei Carabinieri di Milano Moscova fossero state gravemente condizionate da contesti poco trasparenti, richiamando presunti collegamenti impropri con ambienti giornalistici e riferendo di essersi rivolti alla Procura generale di Milano, avanzando così sospetti sull'operato degli investigatori che richiederebbero riscontri proporzionati alla loro gravità.

Di fronte al tenore di questi interventi viene da interrogarsi sull'influenza che simili valutazioni possano esercitare sui familiari di Chiara, che continuano a considerare Stasi l'unico colpevole, escludono il coinvolgimento di Sempio e hanno dichiarato di non volersi costituire parte civile contro di lui. Il loro dolore merita rispetto, senza per questo sottrarre alla critica una posizione che, davanti ai nuovi elementi, sembra respingere persino l'eventualità di un errore giudiziario, rischiando di perpetuare un'ingiustizia verso un altro essere umano.

Zola ha ammonito che la verità, quando si tenta di seppellirla, accumula una forza capace di travolgere ogni ostacolo, richiamando chi concorre all'amministrazione della giustizia a non confondere l'irrevocabilità di una decisione con la sua infallibilità.

Quale interesse si intende tutelare descrivendo la ricerca di una responsabilità diversa come un'aggressione, quando una condanna fondata sui fatti non avrebbe nulla da temere da nuovi accertamenti, mentre difenderla anche di fronte a prove dell'innocenza del condannato significherebbe perpetuare un'ingiustizia senza aver reso giustizia alla vittima?

Puisqu'ils ont osé, j'oserai aussi, moi {Poiché hanno osato, oserò anch'io}

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