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La voce sbagliata di un dolore composto

La voce sbagliata di un dolore composto Silent Jo

Elisabetta Ligabò, non mostrandosi pubblicamente per quasi vent'anni, si è in qualche modo “mostrata”. Una donna semplice, lineare, riservatissima, lontana da qualsiasi esposizione e, soprattutto, da ogni spettacolarizzazione del proprio dolore, una presenza tanto laterale e trattenuta da essersi resa riconoscibile per sottrazione.

Nel corso della trasmissione l'avvocato Giada Bocellari ha parlato del suo dolore composto, definizione perfettamente aderente alla cifra con cui la signora Ligabò si è sempre rivelata all'esterno.

Proprio per questo ho trovato un grave errore la scelta compiuta da Verità Nascoste di trasformare la lettura della sua lettera in una vera e propria interpretazione, costruita su tremolii, pause caricate emotivamente, incrinature e persino un singhiozzo trattenuto, non certo perché mi aspettassi che fosse lei a leggerla personalmente.

Difatti, non avrei avuto alcuna obiezione di fronte a una lettura piana e sobria, affidata allo stesso Infante, a una voce fuori campo o a chiunque altro, purché accompagnasse il testo senza sovrapporsi all'autrice.

Invece, quel dolore composto, quella misura e quella riservatezza sono stati sostituiti da una costruzione televisiva che ha trasformato la compostezza in tremolio, il dolore trattenuto in recitazione esplicita della sofferenza, teatralizzando una persona che, per tutto ciò che ci ha mostrato di sé, teatrale non è mai stata e finendo per decidere come dovesse suonare il dolore di chi quelle parole le aveva scritte.

Lo stesso Alberto appare spontaneo, naturale, vibrante ma sempre composto, tratto che sembra accomunarli.

Condividendo questa mia delusione, ne ho ricavato una corale alzata di scudi al grido di “la bellezza è negli occhi di chi guarda”, “lettura superficiale”, “ho pianto”, obiezioni che trovo fuori fuoco perché rispondono a qualcosa che non avevo contestato.

Contesto la sovrastruttura aggiunta, che ha finito per sostituire l'immagine che la signora Ligabò ha restituito di sé con una rappresentazione che non le appartiene. Non mi sembra un grande argomento osservare che la recitazione abbia commosso molti spettatori, ché, del tutto prevedibilmente, quello era l'obiettivo del meccanismo emotivo e il fatto che abbia funzionato non significa affatto che fosse fedele alla persona che pretendeva di rappresentare.

Ma quella discussione ha fatto affiorare anche altro, un elemento niente affatto secondario. Sostenere Alberto Stasi, condividere le ragioni portate avanti dalla sua difesa o guardare con favore al lavoro di chi lo assiste non può trasformarsi nell'approvazione indiscriminata, quasi disciplinata, di ogni scelta compiuta attorno a lui. La bellezza del giudizio critico sta proprio nella capacità di restare lucidi, non nell'adesione cieca e fideistica prossima al furore fondamentalista.

Sarebbe bastato lasciare Elisabetta Ligabò alla sua stessa misura, quella che Bocellari ha riassunto meglio di chiunque altro con due parole, dolore composto.

E allora chiudo con le parole della signora Ligabò che ammiro e che riconosco in ciò che ha scritto, non nella rappresentazione che la trasmissione ha scelto di costruirle addosso.

Ci sono cose che il tempo non riesce a portare via. Gli anni passano, la vita va avanti, ma certe vicende restano sempre con te. Entrano nei tuoi pensieri e ti accompagnano ogni giorno, anche quando cerchi di occuparti delle cose normali della vita.
Per la mia famiglia è stato così, dall’inizio di questa tragica vicenda. Abbiamo cercato di andare avanti, come fanno tutti. Ci siamo dedicati al lavoro, alla casa, agli impegni di ogni giorno. Però è impossibile non pensare a quello che è successo. È una cosa che non ti abbandona mai del tutto.
Quando una vicenda così dolorosa entra nella tua vita, molte cose cambiano. Impari a convivere con gli sguardi, con i giudizi, con le parole dette e con quelle non dette. A volte il silenzio pesa più di tutto il resto.
Perché poi, alla fine, se tuo figlio viene processato per omicidio, “un motivo ci sarà” e anche spiegare che non è così sembra inutile, sembrano giustificazioni vuote, magari giustificazioni di una madre che ama a tal punto il proprio figlio da non riuscire a vedere la realtà.
Per me non è mai stato così. Io ho sempre saputo che Alberto era innocente e, se avessi avuto un solo dubbio, sarei stata la prima a portarlo ad assumersi le sue responsabilità. Ma alla gente questo non è mai importato.
È come vedere la tua vita andare in frantumi, sapere che niente sarà mai più come prima. La mia famiglia non c’era più.
Ci sono stati momenti in cui ho preferito chiudermi nelle mie cose, nel mio dolore, cercando di trovare un equilibrio giorno dopo giorno. Non è stato semplice.
Le giornate passavano col solo pensiero di mio figlio. Per anni ho potuto sentirlo solo 10 minuti alla settimana, attendevo quella chiamata con ansia.
Lo vedevo un’ora a settimana e quel viaggio così lungo verso il carcere era il momento che attendevo di più, giorno dopo giorno. Portavo il pacco coi vestiti, qualche cosa da mangiare, si parlava del più e del meno, ma l’unica cosa che mi rendeva felice era sapere che, nonostante tutto, stava bene.
In quei momenti capisci che basta davvero poco per essere felici, tutto si riduce alle cose essenziali: sapere che chi ami comunque c’è. Ti basta quello.
Da madre, ancora oggi, penso soprattutto ad Alberto.
Ho visto da vicino quanto questa vicenda abbia segnato la sua vita. Ho visto le difficoltà, la fatica di affrontare ogni giorno una situazione così pesante. Come ogni madre, ho cercato di stargli vicino nel modo migliore possibile.
Non sempre si trovano le parole giuste, ma si cerca di non far mancare mai la propria presenza.
Sono orgogliosa dell’uomo che è diventato e spero per lui, con tutto il cuore, un futuro diverso.

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