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Le parole che non hanno detto

Le domande che non gli han posto

Le parole che non hanno detto
Le parole che non hanno detto Silent Jo

Quando il 4 maggio 2025 Giuseppe Poggi, parlando con Paolo Reale della nuova indagine sull’omicidio di Chiara, riferisce una voce su una «tresca» tra Giada Bocellari, Le Iene, i Carabinieri e la Procura, aggiungendo che l’avvocata sarebbe stata l’amante di un carabiniere o di un graduato e che Tizzoni ne avrebbe conosciuto nome e cognome, si sta documentando sulle nuove indagini oppure no?

Quando il 14 maggio Marco Poggi osserva che, senza qualcuno «al di fuori di questa Procura», gli inquirenti sarebbero andati avanti, e Giuseppe gli risponde parlando della Procura generale di Milano, di una segnalazione già presentata con il loro legale e del consiglio attribuito a Laura Barbaini, stanno parlando delle nuove indagini oppure no?

A Verissimo si poteva chiedere a Giuseppe Poggi se creda ancora alla voce sulla presunta relazione tra Giada Bocellari e un carabiniere, da quali elementi l’abbia ricavata, perché l’abbia collegata alle indagini, che cosa contenesse la segnalazione alla Procura generale di Milano, quale intervento si aspettassero e su quali basi attribuisse a Laura Barbaini il suggerimento di quell’iniziativa. Si poteva chiedere anche se non sentisse il dovere di scusarsi con Bocellari e con chiunque fosse stato descritto con la stessa ostilità nelle conversazioni rese pubbliche.

Sarebbe stato giornalismo, perché il dolore merita rispetto ma non cancella la responsabilità delle parole e delle condotte, soprattutto quando è in discussione se per l’omicidio della propria figlia sia stato condannato l’uomo giusto. Illazioni contro un’avvocata, sfiducia verso gli investigatori, ricerca dell’intervento di un altro ufficio giudiziario e ruolo attribuito a Barbaini nell’iniziativa dei propri legali meritavano domande, non indulgenza.

Nessuno si aspettava la Toffanin nei panni di Enzo Biagi, ma ci si poteva risparmiare l’altarino votivo al buonismo pomeridiano, perché anestetizzare un’intervista pur di avere l’ospite significa sacrificare il principio di verità alla comparsata, mentre poche ore prima Domenica In aveva mostrato il contrario.

Mara Venier ha lasciato che Luciano Garofano venisse incalzato sulle due analisi negative dei pedali, Tommaso Cerno gli ha ricordato che «non è il giudice» e che non spettava al RIS decidere che cosa dovesse avere valore, Rita Cavallaro gli ha opposto il 24 settembre, l’interrogatorio di Stasi fondato sul DNA dei pedali e la domanda su che cosa sarebbe cambiato se il pubblico ministero avesse conosciuto anche gli esiti negativi, mentre Salvo Sottile ha partecipato al contraddittorio senza trasformare la presenza dell’ex comandante del RIS in una zona franca. Vittorio Feltri ha sostenuto che «solo un idiota può pensare che Stasi è colpevole» e definito la vicenda «l’episodio più squallido della storia della magistratura italiana», con Garofano che ha prevedibilmente respinto l’ipotesi di occultamenti e denunciato un pregiudizio nei suoi confronti, dovendosi confrontare con domande, obiezioni e documenti, senza che nessuno arretrasse quando ha prospettato di lasciare lo studio.

Rita Preda ha lamentato che sui social sarebbero stati attaccati non soltanto loro, ma anche «i nostri avvocati, i nostri consulenti, coinvolgendo anche le loro famiglie». Splendido ma, di grazia, quanti esposti e quante querele sono stati presentati dalla famiglia o dai suoi legali, per quali fatti e lo stesso diritto alla tutela viene riconosciuto ai professionisti della parte opposta oppure vale a senso unico?

Se è inaccettabile coinvolgere le famiglie dei propri avvocati e consulenti, come si giudica l’illazione sulla vita privata di Giada Bocellari e perché il criterio invocato per Tizzoni, Compagna e i consulenti Poggi non dovrebbe valere per Bocellari e De Rensis?

Marzio Capra ha sostenuto che gli esiti negativi delle analisi sui pedali fossero conosciuti e condivisi, una ricostruzione contraddetta da quanto dichiarano Avato e Fabbri, dai verbali del 25 e 27 settembre 2007 e dal materiale allora messo a disposizione della difesa, oltre che dall’assenza di quella documentazione nei fascicoli di ogni grado e giudizio.

Chiedere conto di questa divergenza significa domandare se una prova utilizzata contro Stasi sia stata rappresentata alle parti in modo completo e che cosa pensino i Poggi di elementi capaci di mettere in discussione la condanna alla quale continuano ad affidarsi.

Quando Rita e Giuseppe Poggi hanno parlato dell’umiliazione provocata dalle intercettazioni, andava chiesto come conciliassero quella sofferenza con conversazioni su Bocellari, Carabinieri, Procure, segnalazioni, genetica, Sempio e strategie dei legali, difficili da conciliare con l’immagine di persone che lascerebbero le questioni tecniche agli esperti.

«Se la giustizia ci darà un altro colpevole, ne prenderemo atto» non doveva restare sospesa come una formula autosufficiente, perché se un altro colpevole significasse anche dimostrare che Alberto Stasi non ha ucciso Chiara, diventerebbe inevitabile chiedere se i Poggi volessero sapere come sia stato possibile condannarlo, se pretendessero l’accertamento delle responsabilità dell’errore, se considerassero la sua innocenza parte della giustizia dovuta alla figlia e che cosa direbbero a Elisabetta Ligabò, rimasta quasi vent’anni con un figlio indicato come assassino e poi incarcerato per un delitto che, in quel caso, non avrebbe commesso.

A Verissimo queste domande non sono state poste, sacrificate alla televisione del dolore e alla protezione dell’ospite, lasciando fuori anche la possibilità che Alberto Stasi sia entrato in carcere da giovane e ne sia uscito uomo per un delitto non commesso, con una madre rimasta sola dopo la condanna del figlio e la morte del marito.

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