Scelte
Così come la comparsa del DNA sui pedali avrebbe segnato il destino giudiziario di Alberto Stasi, la telefonata nella quale Rita Preda gli comunicava che ormai erano «due parti contrapposte» segnava il momento in cui la famiglia Poggi assumeva una posizione che, da allora, non avrebbe più abbandonato.
Comprendere quella scelta, oggi, significa liberarsi dalla rappresentazione indulgente di due genitori che non saprebbero, non capirebbero o sarebbero stati condotti da avvocati, consulenti e giornalisti verso conclusioni delle quali non avrebbero avuto gli strumenti per valutare il fondamento.
I Poggi sapevano ieri e sanno oggi, perché in questi anni hanno letto giornali, seguito trasmissioni, parlato con giornalisti, concordato e rilasciato interviste, discusso con i propri legali e ricordato, anche a distanza di molto tempo, articoli e particolari della vicenda.
Già nel 2007 Rita leggeva La Provincia, discuteva con Tizzoni di quanto compariva su Libero, dei servizi di Tempi moderni, del TG5, di Studio Aperto e de La Vita in Diretta e, quando non aveva seguito personalmente una trasmissione, chiedeva che cosa fosse stato detto.
Il marito Giuseppe ne seguiva altre, Marco interveniva per chiarire ciò che sapeva e, il 9 ottobre, lo stesso Tizzoni precisava che fossero i Poggi a gestire i rapporti con i media e che spettasse a loro decidere liberamente con chi parlare e che cosa fare.
Le intercettazioni del 2025 restituivano lo stesso grado di consapevolezza, perché Giuseppe e Rita parlavano direttamente con Giusy Fasano, Davide Loreti, Lucilla Masucci e Martina Maltagliati, ricordavano articoli pubblicati anni prima e discutevano del cromosoma Y, delle telefonate di Andrea Sempio, della sua frequentazione della casa, della PlayStation, dell’impostazione delle trasmissioni e perfino dello spazio concesso ai diversi ospiti.
Dunque, non erano destinatari passivi di informazioni altrui, ma persone che conoscevano il racconto mediatico, ne distinguevano linee e interlocutori e decidevano quando intervenire e quando tacere, ragion per cui respingo l’alibi della manipolazione.
Possono considerare irrilevanti, insufficienti o già spiegati gli elementi emersi negli ultimi mesi, possono continuare a ritenere corretta la condanna di Stasi e non condividere le ipotesi sulle quali lavora oggi la Procura, ma si tratta di valutazioni che appartengono a loro, non della conseguenza di una presunta incapacità di capire e giusto nelle scorse ore, la famiglia ha tenuto a far sapere attraverso i propri legali di non volersi costituire parte civile contro Andrea Sempio, definendolo «persona innocente», e anche questa è una scelta.
Ai miei occhi è qui che quella posizione smette di essere soltanto processuale e diventa ideologica, perché la conclusione appare precedere il dato e ciò che emerge viene valutato attraverso una certezza già formata, granitica che non contempla dubbi.
Ritengo che abbiano scelto consapevolmente quella che considero la parte sbagliata della storia, non perché qualcuno ve li abbia trascinati, ma perché continuano a restarvi pur disponendo degli strumenti per conoscere ciò che dovrebbe almeno imporre il dubbio.
Mentre loro potevano leggere, parlare, scegliere interlocutori e difendere pubblicamente la propria posizione, Alberto Stasi arrivava davanti ai giudici dopo quasi otto anni nei quali quella vicenda aveva occupato ogni spazio della sua esistenza e ricordava che «Chiara non era una sconosciuta per me […] Sono sette anni e mezzo che vengo aggredito brutalmente in questo modo per qualche cosa che non ho assolutamente fatto. Avete in mano la mia vita».
Anni dopo Elisabetta Ligabò ha raccontato ciò che quella stessa storia aveva lasciato alla famiglia Stasi, quando alla morte del marito si era aggiunto l’ingresso del figlio in carcere, «È come vedere la tua vita andare in frantumi, sapere che niente sarà mai più come prima. La mia famiglia non c’era più».
Oggi, dopo diciannove anni di notizie lette, trasmissioni seguite, avvocati consultati, interviste concesse e fatti conosciuti, non riesco più a riconoscere nella posizione dei Poggi l’alibi dell’ignoranza o della manipolazione, ma una scelta consapevole, mantenuta anche oltre il dubbio.
Saranno ospiti di una trasmissione, alla quale hanno rilasciato una intervista, un tempismo che non posso non rimarcare con un filo di amarezza ulteriore.
«La verità, però, trova sempre la sua strada», ha detto Elisabetta Ligabò, e io, da cittadina e da madre, faccio mie anche le parole rivolte a suo figlio, «Sono orgogliosa dell’uomo che è diventato e spero per lui, con tutto il cuore, un futuro diverso».
Siamo orgogliosi, caro Alberto, dell’uomo che sei diventato e che, siamo sicuri, sei sempre stato.
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