Per quanto voi vi crediate assolti, siete per sempre coinvolti (cit)
Follow the money? Sì, ma se so’ contanti ’ndo volemo annà?
Mario Venditti non è stato assolto perché a processo non è mai arrivato e il 14 settembre 2026 il GIP di Brescia Mauroernesto Macca ne ha archiviato la posizione per corruzione in atti giudiziari, ritenendo che gli elementi raccolti non consentissero una ragionevole previsione di condanna.
Sono affascinata da quanti si sono affrettati a celebrare il punto, prendendo l’ultima paginetta del decreto e usandola a mo’ di spugnettina sulle quattordici precedenti, perché, smettendo di intestarsi pro domo propria ogni ricaduta favorevole, Cataliotti compreso, si sarebbero accorti che proprio il provvedimento che esclude la sostenibilità dell’accusa contro Venditti ricostruisce un’indagine del 2017 segnata da omissioni, contatti irrituali, documenti circolati senza spiegazione e rapporti fiduciari tanto stretti da lasciare l’allora Procuratore aggiunto fuori dalla corruzione dimostrabile, ma dentro la storia che quelle anomalie produssero.
Non parliamo di minuzie [lol] perché materiale allora svalutato o classificato come irrilevante è oggi valorizzato dall’accusa contro Andrea Sempio. Se quelle conversazioni fossero state trascritte e valutate per ciò che contenevano, insieme ai tabulati e agli altri elementi disponibili, il quadro sul quale maturò l’archiviazione sarebbe stato ben diverso e Sempio avrebbe potuto trovarsi già allora davanti a sviluppi processuali profondamente differenti.
Tanto più considerando che, come avevo già osservato scrivendo di una pista valutata prima ancora di indagare, il 17 gennaio 2017 l’appunto Barbaini aveva già liquidato l’ipotesi Sempio come priva di razionalità e plausibilità, quando intercettazioni, audizioni e buona parte degli approfondimenti erano ancora da svolgere. Riletta oggi accanto a una richiesta di archiviazione costruita con il tono di una requisitoria, quella premessa assume un peso diverso, terribile ed indigeribile.
Macca ripercorre la rapidità dell’indagine, l’esiguità degli accertamenti, l’acquisizione parziale dei tabulati, le intercettazioni limitate e l’assenza di nuovi approfondimenti tecnico-scientifici, mentre l’ascolto integrale compiuto nel 2025 non fa riemergere conversazioni conosciute, le fa emergere, essendo state liquidate nel 2017 come “sottofondo, nessuna conversazione” o “conversazione non attinente”, benché contenessero il ragionamento sullo scontrino e sull’ora, il riferimento al sistemare qualcosa “cacciando i soldi” e la discussione sui prelievi di contante.
Quando Spoto attribuisce le inesattezze alla fretta, spiegando che Venditti voleva le trascrizioni perché gli servivano per l’archiviazione, Macca gli sbatte la porta in faccia, rilevando che non si trattava di parole riportate male, ma della decisione di classificare conversazioni come irrilevanti, riconducibile “a chi ascoltava, non a chi attendeva le trascrizioni”. Venditti ha poi dichiarato di non avere ascoltato personalmente quelle registrazioni, concorrendo quindi alla definizione di un fascicolo per omicidio sulla base di materiale già filtrato dalla polizia giudiziaria cui si era affidato.
E proprio quella polizia giudiziaria presenta molto più di qualche problema, perché Sapone contatta Sempio il 21 e 22 gennaio, quei contatti non compaiono nell’annotazione sui tabulati del 31 e, sentito nel 2025, prima li nega, poi, messo davanti ai dati telefonici, li ammette attribuendoli a un incarico dei magistrati. Peccato, o per fortuna, che Giulia Pezzino escluda categoricamente di avere impartito quella disposizione, pur avendo fatto affidamento sulla PG senza ascoltare direttamente le intercettazioni, sulla base di quanto le era stato riferito circa l’assenza di elementi rilevanti. Anni dopo, persino lo stesso Sempio definirà quei rapporti “opachi”.
L’8 febbraio Spoto rimane con Sempio per oltre mezz’ora, spiegando nel 2025 che occorreva attendere l’installazione della microspia sulla Suzuki, ma gli investigatori gli oppongono che l’intercettazione era attiva dalle 01.35, così come persino la notifica verbalizzata alle 17.45 collide con l’ambientale, dalla quale Sempio risulta nuovamente in auto alle 17.13 e, pur non sapendo cosa accadde in quell’intervallo, è sufficiente constatare che la spiegazione non coincide con i dati.
La distanza dall’ufficio Venditti si riduce ancora il 24 dicembre 2016, quando Maurizio Pappalardo, non assegnato al procedimento e in permesso, fotografa atti del fascicolo sulla scrivania dell’ufficio del Procuratore aggiunto, dopo essere stato invitato da Scoppetta a passare in Procura. Tre mesi dopo, nel Nucleo Informativo comandato da Pappalardo, compare il fascicolo personale di Sempio contenente la bozza della richiesta di archiviazione corretta a penna, poi recepita nel testo definitivo.
Pezzino dichiara di avere condiviso quella bozza soltanto con Venditti e Macca individua tre possibili percorsi, sottrazione, consegna per verifiche o consegna per finalità estranee all’ufficio, senza trovare riscontro per nessuno. Ergo, l’archiviazione, lungi dal dissipare l’ombra, la circoscrive, perché non sappiamo chi abbia consegnato quel documento, ma sappiamo che un atto rimasto nel circuito Pezzino-Venditti finisce altrove senza che se ne conosca il percorso.
Il quadro si completa con Campa, che descrive Sapone, Scoppetta e Pappalardo come gli “uomini di fiducia” di Venditti, e Zanoncelli, che racconta le riunioni della “Squadra”, con Sapone e Scoppetta presenti e Pappalardo frequentatore quasi quotidiano dell’ufficio, aggiungendo che dell’indagine Sempio “non si è mai saputo nulla in Procura”.
Certo, Macca non ne ricava un accordo corruttivo, ma contempla che qualcuno potesse sfruttare quella vicinanza, facendo credere di incidere sulle determinazioni del magistrato oppure agendo per assecondarne l’orientamento.
Sulla circolazione delle informazioni avevo già ricostruito come la difesa Sempio disponesse il 13 gennaio dell’esposto Stasi, delle consulenze e della relazione investigativa, prima dell’interrogatorio e della formale conoscenza dell’indagine. Gli accertamenti tendono a escludere che quelle copie provenissero dalla Procura di Pavia senza individuarne una fonte certa, lasciando l’immagine di un procedimento nel quale le informazioni circolavano molto più facilmente delle spiegazioni sulla loro provenienza.
Quanto al denaro, follow the money funziona finché il denaro collabora, ma qui abbiamo 49.600 euro prelevati in contanti, una contabilità da 56.000, movimenti ricostruiti per 55.949 e tre avvocati che ammettono 45.000 euro cash e senza fatturazione, con versioni discordanti sulla determinazione e sulla ripartizione del compenso, mentre Daniela Ferrari riferisce che quei soldi, secondo quanto le veniva detto, “servivano per avere le carte”.
La sproporzione mi aveva già lasciata perplessa ricostruendo il percorso da Clean a Garlasco, ma Macca arriva oltre, parlando dell’“inverosimiglianza di un compenso difensivo di 30.000 euro” per attività che uno dei tre legali ammette di non avere svolto e che il più esperto nega siano state svolte dagli altri due. Ed è qui che colloca il residuo dubbio sulla destinazione del denaro, contemplando un possibile accordo a livello della polizia giudiziaria oppure un millantato credito ai danni degli stessi Sempio, senza trovare alcun flusso diretto a Venditti.
Venditti esce quindi dal procedimento senza elementi sufficienti per sostenerne la corruzione, ma restano la sua “Squadra”, il suo ufficio, la fretta riferita da Spoto, una bozza transitata da un circuito che comprendeva lui e un’indagine della quale, secondo Zanoncelli, il resto della Procura non sapeva nulla.
Benché nessun elemento basti a provarne la responsabilità penale, certamente l’insieme impedisce che l’archiviazione di Venditti diventi l’archiviazione del 2017, offrendo semmai un assist perfetto per ripartire proprio da lì.
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