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Prima che si alzi il sipario

Non è un articolo per pigri

Prima che si alzi il sipario
Prima che si alzi il sipario Silent Jo

Diciannove anni dopo l’omicidio della Dottoressa Chiara Poggi, la Procura di Pavia si appresta a rendere nota la propria decisione in ordine all’azione penale nei confronti di Andrea Sempio, indagato quale unico autore del delitto per il quale Alberto Stasi sta scontando una condanna definitiva.

Antonio De Rensis ha annunciato per novembre il deposito dell’istanza di revisione, mentre la difesa Sempio prospetta una questione di legittimità costituzionale per subordinare l’eventuale nuovo processo alla definizione di quello sulla condanna Stasi, sebbene la procuratrice generale Francesca Nanni abbia già richiamato l’autonomia dei due procedimenti.

L’articolo 649 del codice di procedura penale, espressione del principio del ne bis in idem, impedisce di processare nuovamente la stessa persona per il medesimo fatto, senza precludere l’accertamento della responsabilità di un soggetto diverso. Il rischio di ricostruzioni giudiziarie incompatibili non attribuisce al giudicato Stasi efficacia preclusiva nei confronti di Sempio, né costituisce, secondo la disciplina vigente, un’autonoma causa di sospensione del procedimento a suo carico.

Seguo l’omicidio della Dottoressa Chiara Poggi dal 2007 e considero da tempo la condanna di Alberto Stasi un’ingiustizia che, per chi abbia coltivato il diritto e l’idea di giustizia, grida vendetta. Negli ultimi due anni ho riesaminato sentenze, consulenze, informative, verbali e intercettazioni, tornando sugli stessi documenti alla luce delle nuove acquisizioni e correggendo valutazioni che ritenevo consolidate.

Alla convinzione che gli indizi raccolti non fossero sufficienti per una condanna si è aggiunta la conoscenza delle modalità con cui sono state prodotte, selezionate e interpretate alcune prove, mentre altri risultati sono rimasti fuori dal processo o sono stati recuperati molti anni dopo. Oggi i miei interrogativi riguardano soprattutto la formazione delle prove, la conservazione dei reperti e la trasmissione dei risultati, sulle quali le spiegazioni fornite non mi sembrano soddisfacenti.

Tra le 9.12 del 13 agosto 2007, quando è stato disattivato l’allarme della villetta Poggi, e le 9.35, quando si è acceso il computer di Stasi, esisteva un intervallo di ventitré minuti utilizzato per collocare l’imputato sulla scena del delitto. In quel lasso di tempo avrebbero dovuto trovare posto il tragitto fra le abitazioni, un’aggressione di straordinaria violenza, il ritorno a casa e l’eliminazione delle tracce, benché nessun accertamento medico-legale avesse individuato con quella precisione l’epoca della morte.

Nell’abitazione di Stasi non è stata rinvenuta alcuna traccia di sangue attribuibile alla Dottoressa Chiara Poggi, né sugli indumenti, sulle calzature, sugli occhiali, sul computer o nell’automobile, e parimenti non sono mai stati recuperati l’arma del delitto e le scarpe che avevano prodotto le impronte insanguinate dell’aggressore.

Secondo la ricostruzione accusatoria, Stasi avrebbe quindi dovuto uccidere la fidanzata, raggiungere la propria abitazione, eliminare ogni contaminazione, disfarsi degli oggetti compromettenti e riprendere le attività informatiche entro le 9.35.

La stessa assenza di sangue è stata però utilizzata per contestare il suo racconto del ritrovamento del cadavere, sostenendo che non avrebbe potuto attraversare la villetta senza contaminarsi. Stasi non avrebbe potuto percorrere la scena senza lasciare tracce sulle scarpe, ma avrebbe potuto commettere l’omicidio e cancellare ogni residuo del proprio passaggio, attribuendo significati opposti al medesimo dato materiale.

Il 14 agosto i Carabinieri sono entrati nell’abitazione Stasi nell’ambito delle attività autorizzate dalla sostituta procuratrice Rosa Muscio, estendendo gli accertamenti agli ambienti e alle scarpiere, chiedendo ad Alberto di portare le calzature in caserma e acquisendo il computer che egli ha consegnato spontaneamente. Appare alquanto nebulosa la corrispondenza fra l’autorizzazione e le operazioni effettivamente compiute, mentre Stasi collaborava nella convinzione che gli accertamenti avrebbero contribuito in qualche modo a dare elementi agli inquirenti, mai immaginando di essere già finito nel tritacarne in veste di indagato. 

Elisabetta Ligabò ha riferito di un salvataggio effettuato sul portatile durante l’intervento nell’abitazione, prima degli ulteriori accessi investigativi che ne hanno compromesso l’integrità e quel computer è rimasto nella disponibilità dei Carabinieri sino al 29 agosto, subendo operazioni non forensi proprio sulla fonte destinata a documentare le attività di Stasi durante la mattinata.

La prima consulenza informatica del RIS non aveva riconosciuto il lavoro sulla tesi, benché Stasi ne avesse parlato sin dalle prime dichiarazioni, e soltanto nel 2009, quando la difesa aveva già scelto il rito abbreviato, i periti Porta e Occhetti, incaricati dal giudice Vitelli, hanno recuperato i dati che hanno consentito di ricostruire l’attività informatica sino alle 12.20.

I periti hanno individuato sette accessi metodologicamente scorretti, contro i cinque inizialmente dichiarati dai Carabinieri, documentando una compromissione del contenuto informativo riguardante il 73,8% degli oltre 56.000 file visibili, con accessi su più di 39.000, modifiche a oltre 1.500 e creazione di più di 500 nuovi file, tanto che la sentenza Vitelli ha definito devastanti gli effetti di quelle operazioni.

Sono stati recuperati l’apertura della tesi alle 10.17, i successivi salvataggi e un’attività di scrittura coerente con quella della sera precedente, senza evidenze di manipolazioni volontarie degli orari da parte di Stasi, che alle 9.55 aveva inoltre ricevuto una telefonata della madre sul fisso di casa, durata ventuno secondi, oltre ad altre comunicazioni della mattinata che contribuivano a ricostruirne la permanenza nell’abitazione.

Il lavoro sulla tesi, inizialmente ignorato, è stato persino interpretato come possibile precostituzione di un alibi, attribuendo un significato simulatorio a un’attività che gli stessi periti avevano giudicato coerente con quella svolta il giorno precedente.

Dopo avere trovato la fidanzata massacrata e richiesto l’intervento dei soccorritori, Stasi è rimasto impegnato per circa diciannove ore nelle attività investigative in caserma, eppure le imprecisioni nella descrizione dei gradini, della porta a soffietto, delle macchie ematiche e dei propri movimenti sono state utilizzate per contestarne l’attendibilità, senza considerare minimamente quanto lo stato di agitazione e i possibili meccanismi di evitamento avessero potuto incidere sulla percezione della scena e sul ricordo del percorso.

La perizia collegiale di Testi, Bitelli e Vittuari, disposta nel giudizio d’appello bis, ha ricostruito la camminata attraverso simulazioni geometriche e valutazioni probabilistiche degli appoggi, riconoscendo l’esistenza di infiniti percorsi fisicamente possibili ma attribuendo una probabilità estremamente ridotta all’eventualità che Stasi avesse evitato tutte le macchie. Il modello, tuttavia, non poteva stabilire quale percorso avesse seguito, né riprodurre i movimenti di una persona sconvolta, intenta a evitare il sangue e incapace, a distanza di ore, di ricordare dove avesse appoggiato i piedi.

Alle suole delle Lacoste è stata attribuita una marcata capacità di trattenere particelle ematiche, anche provenienti da macchie asciutte, ritenendo che il sangue eventualmente calpestato avrebbe lasciato residui sulle scarpe o si sarebbe trasferito sui tappetini dell’automobile, senza però riprodurre sperimentalmente le diciannove ore trascorse prima del sequestro, durante le quali Stasi aveva continuato a indossare le calzature, camminato, guidato e compiuto gli spostamenti connessi agli accertamenti.

Era il 13 agosto e le tracce prodotte per gocciolamento o strisciamento potevano essersi già asciugate prima dell’ingresso di Stasi nella villetta, modificando le condizioni del trasferimento e della successiva dispersione, mentre le prove sul calpestamento di sangue umido e secco non avevano verificato la persistenza dei residui dopo un utilizzo delle calzature paragonabile a quello documentato per l’imputato.

Sulle scarpe dei due Carabinieri entrati dopo Stasi non sono stati evidenziati residui ematici e, fra i calzari del personale sanitario, soltanto quello della dottoressa del 118 è risultato contaminato, dimostrando che non tutti coloro che avevano attraversato la villetta avevano riportato sangue sulle suole, benché la ricostruzione accusatoria considerasse pressoché impossibile che Stasi avesse percorso gli ambienti senza contaminarsi.

Le condizioni nelle quali era stata esaminata l’automobile sono tornate al centro dell’attenzione dopo le dichiarazioni di Piercarlo Collivignarelli, all’epoca assessore alla Sicurezza di Garlasco, che il 6 ottobre 2026 ha ribadito quanto già riferito in un’intervista risalente ai giorni dell’omicidio. Secondo il suo racconto, i Carabinieri avevano ispezionato la vettura prima del sequestro formale, aprendo le portiere, controllando l’abitacolo, rimuovendo e scuotendo i tappetini, esaminando il vano sotto il volante e verificando persino gli pneumatici, senza rinvenire nulla di significativo.

Fra i presenti Collivignarelli ha indicato Roberto Luigi Pennini, il quale aveva invece sostenuto che, almeno sino alle 17, l’automobile fosse rimasta chiusa perché, secondo la sua testimonianza, Stasi avrebbe portato con sé le chiavi in caserma, ma le riprese del 13 agosto lo smentiscono mostrando i Carabinieri impegnati nell’ispezione della vettura, con l’apertura della portiera del conducente e del portellone posteriore. Dopo la diffusione delle immagini, Pennini ha ammesso di potersi essere sbagliato, ipotizzando che i controlli fossero avvenuti dopo il suo allontanamento.

Nella documentazione esaminata non risulta un verbale che descriva l’intervento e le condizioni nelle quali sono stati trattati i tappetini, benché la loro negatività abbia avuto un peso determinante nella valutazione del racconto di Stasi, mentre le stesse immagini mostrano militari che entrano ed escono dalla villetta conservando persino i copricalzari, vanificandone la funzione di prevenzione delle contaminazioni fra ambienti.

Nel giudizio d’appello bis sono riemersi anche i presunti graffi sull’avambraccio di Stasi, riferiti dal maresciallo Serra e da Pennini soltanto nel 2014, ben sette anni dopo i fatti, con descrizioni discordanti persino nel numero dei segni osservati, uno secondo Serra e due secondo Pennini, nonostante mancassero verbali, annotazioni di servizio o fotografie capaci di documentarli.

Il brigadiere Francesco Cavalli, sentito il 24 settembre 2014, ha riferito che Serra gli aveva spiegato di avere fotografato Stasi per documentarne l’abbigliamento e un pelo sulla manica, non eventuali graffi, mentre Andrea Strada, intervenuto come sanitario nell’immediatezza dei fatti, ha dichiarato di non avere notato segni sull’avambraccio. La Corte non ha attribuito alle presunte lesioni un valore determinante, ma restano dichiarazioni tardive, prive di riscontri contemporanei e discordanti fra loro e singolarmente compromettenti per Alberto Stasi.

Fra i documenti acquisiti dalla Procura di Pavia presso il RIS nel settembre 2026 è comparsa una valutazione psicologica di tredici pagine, articolata in diciassette punti e intestata ad Alessandra Bramante, nella quale Stasi viene descritto come freddo, calcolatore, manipolatore e con tendenze narcisistiche sulla base di verbali delle prime indagini, all’epoca coperti dal segreto investigativo.

Il documento, privo di data e firma, non risultava commissionato dalla Procura di Vigevano né depositato nel procedimento originario, mentre Bramante ne ha disconosciuto pubblicamente la paternità e Luciano Garofano ha raccontato di avere chiesto a una psicologa di sua conoscenza una valutazione perché incuriosito dalla figura dell’indagato.

Un elaborato psicologico non commissionato dall’autorità giudiziaria, privo di sottoscrizione e disconosciuto dalla professionista alla quale è intestato, è rimasto conservato negli archivi del RIS, senza che siano state chiarite le modalità della sua redazione e circolazione, né chi abbia potuto leggerlo e se abbia contribuito, anche informalmente, a orientare le convinzioni investigative.

La rappresentazione di Stasi contenuta in quelle pagine richiama quella affermatasi attraverso le accuse relative alla pornografia e la lettura della sua personalità in termini di devianza, sulla quale la requisitoria Barbaini aveva insistito descrivendo l’imputato come soggetto perverso, nonostante il distinto procedimento relativo al materiale pedopornografico si fosse concluso con un’assoluzione definitiva.

La difesa aveva richiamato quell’assoluzione nel giudizio d’appello del 2014, contestando che una vicenda processuale conclusa favorevolmente all’imputato continuasse a condizionare il giudizio sulla sua personalità, mentre nel 2026 gli investigatori della nuova inchiesta hanno criticato la persistente riconduzione dell’omicidio alla pornografia, osservando che le sentenze definitive non avevano accertato un movente sessuale-pornografico.

Alle 17 del 13 agosto il medico legale Ballardini aveva misurato una temperatura rettale di 33,1 gradi, con 23 gradi ambientali, rilevando ipostasi modificabili e rigidità cadaverica sfumata, elementi che lo avevano portato a collocare preferibilmente il decesso fra le 10.30 e le 12, mentre Bison, Robino e Varetto avevano mantenuto il riferimento alla mattinata, senza individuare una finestra temporale compatibile esclusivamente con l’assenza di attività informatica di Stasi.

Cristina Cattaneo, nella consulenza del 2026, ha indicato un intervallo compreso fra le 7 e le 12.30, rilevando che tutti e sette i parametri esaminati comprendevano la fascia 11–12, sei quella 10–11 e cinque quella 9–10, mentre l’analisi del contenuto gastrico ha consentito di stimare un tempo orientativo fra la colazione e la morte compreso fra trenta minuti e due o tre ore.

Rita Poggi, nelle dichiarazioni del 14 agosto 2007 richiamate dalla sentenza Vitelli, aveva descritto le abitudini alimentari della figlia, che consumava cereali e biscotti nella saletta davanti alla televisione, dove sono stati rinvenuti una confezione di cereali, un cucchiaino, biscotti e il televisore acceso, mentre il letto non era stato riordinato, le persiane erano chiuse e le tende da sole non erano state abbassate.

La disattivazione dell’allarme delle 9.12 era compatibile con l’abitudine familiare di aprire per fare uscire i gatti, mentre le 9.45, indicate dagli investigatori come possibile limite iniziale dell’aggressione, derivavano dall’incrocio fra le abitudini della vittima, lo stato dell’abitazione e la valutazione del digesto, senza rappresentare un orario di morte scientificamente accertato.

Nel lavandino della cucina sono stati osservati due cucchiaini sporchi sui quali non risultano analisi specifiche, ma neppure la pattumiera è stata repertata il 13 agosto, tanto che i consulenti della difesa Stasi hanno potuto fotografarne il contenuto soltanto il 3 ottobre, documentando anche un contenitore di Estathé con cannuccia del quale Francesco Maria Avato ha riferito di avere chiesto la conservazione. Al successivo accesso del 5 dicembre i rifiuti apparivano disposti diversamente e il contenitore non risultava più riconoscibile.

Nella spazzatura erano presenti anche due vasetti vuoti di Fruttolo, benché Chiara fosse allergica al lattosio e nel lavandino vi fossero due cucchiaini mai sottoposti ad analisi, mentre una conversazione fra Gian Luigi Tizzoni e Rita Poggi documenta la segnalazione di un posacenere contenente cenere, senza mozziconi. La madre aveva osservato che Chiara e Alberto non fumavano e che il marito non era solito fumare nella saletta davanti alla televisione, ma una successiva telefonata aveva collocato il posacenere in cucina, senza che l’oggetto risultasse repertato o analizzato.

Nella ricostruzione originaria era stata valorizzata la possibilità che Stasi avesse raggiunto il bagno per lavarsi le mani, richiamando il dispenser sul quale erano presenti sue impronte digitali, mentre l’informativa del 2026 ha rimesso in discussione l’utilizzo di quel lavabo, nel quale non erano state trovate le tracce ematiche attese, prospettando che l’aggressore si fosse invece lavato in cucina. Una comunicazione del 25 marzo 2014 riportava per il sifone del bagno un Combur dubbio, un OBTI negativo e un DNA negativo, oltre a test Combur negativi sui campioni del miscelatore.

Il tappetino davanti al lavello, visibile nelle immagini del 13 agosto e successivamente fotografato arrotolato sotto un mobile, non risulta sottoposto a luminol né campionato, benché le impronte evidenziate in cucina si arrestassero prima della sua posizione originaria, e non sono stati smontati i sifoni per ricercare eventuali residui del lavaggio né sottoposti ad accertamenti specifici i capelli visibili nelle fotografie dei lavabi.

Le tracce 13D, 52 e 54 non hanno restituito una caratterizzazione genetica, altri prelievi dal tappetino e la traccia 43 sono risultati inibiti, mentre il tampone oro-faringeo non è stato analizzato. Sulla cavigliera era stato estratto DNA la cui successiva analisi era stata ostacolata da sostanze interferenti, ma nemmeno i braccialetti e l’orologio indossati da Chiara sono stati campionati, nonostante gli imbrattamenti ematici.

Il 5 settembre 2007 il RIS ha inoltre eseguito accertamenti con luminol senza la partecipazione della difesa Stasi, tanto che l’avvocato Giovanni Lucido, dopo precedenti dinieghi di accesso e senza essere stato informato del sopralluogo, ha chiesto il 7 settembre, mediante incidente probatorio, la ripetizione delle operazioni svolte nella villetta e nei laboratori di Parma.

Nell’informativa del 2026 gli investigatori hanno ipotizzato che Sempio, dopo l’omicidio, possa avere raggiunto l’abitazione della nonna in via Canova 9, distante circa 400 metri da casa Poggi e accessibile attraverso la strada posta sul retro della villetta, dove le dichiarazioni familiari lo collocano nella tarda mattinata, mentre i dati telefonici documentano l’attività della sua utenza nell’area di Garlasco e Vigevano, con un primo riscontro alle 9.58, sebbene non sia chiaro quali verifiche fossero state compiute nel 2007 sul retro dell’abitazione e lungo quel possibile percorso.

Cattaneo e Biagio Eugenio Leone hanno depositato il 21 settembre 2026 un’integrazione fondata sull’esame immunoistochimico dei tessuti conservati dal 2007, ricercando la P-selectina, coinvolta nelle prime fasi della risposta biologica alle lesioni, e la E-selectina, caratterizzata da tempi di espressione maggiori.

La P-selectina è stata individuata in tutti e cinque i campioni riesaminati, mentre la E-selectina è risultata debolmente presente in tre, portando i consulenti a stimare un intervallo fra le prime lesioni e il decesso non inferiore a quindici-trenta minuti, con una durata plausibile compresa fra trenta e sessanta minuti.

La ricostruzione prospetta una progressione traumatica durante la quale Chiara avrebbe inizialmente conservato capacità di reazione, come suggerirebbero le lesioni a mani e arti superiori interpretate quali segni di difesa, prima dei successivi colpi cranici e della ferita occipitale mortale, mentre anche i particolati a componente ferrosa rinvenuti su anca, braccio e coscia sono stati esaminati in relazione ai possibili movimenti di protezione.

Sabino Pelosi, consulente della difesa Sempio, contesta questa interpretazione, riconducendo parte delle ferite agli urti e alla movimentazione del corpo lungo la scala, e il contrasto riguarda la vitalità delle lesioni e l’intervallo trascorso fra i traumi, non potendo i tempi della risposta biologica coincidere automaticamente con la durata effettiva della colluttazione.

Se la successione traumatica prospettata da Cattaneo e Leone dovesse trovare conferma, diventerebbe ancora più difficile conciliare l’aggressione, gli spostamenti e la presunta eliminazione delle tracce con i ventitré minuti utilizzati contro Stasi.

Il 19 settembre 2007 il RIS ha ottenuto dal campione bu_p, prelevato dai pedali della bicicletta Umberto Dei, profili genetici attribuiti alla Dottoressa Chiara Poggi, con una prima corsa delle 15.34 che aveva restituito un risultato parziale e una successiva delle 18.37 dalla quale erano emersi profili completi, dopo una purificazione che aveva consentito di quantificare il materiale in circa 2,78 ng/µl. Il DNA attribuito alla vittima proveniva da una campionatura comune dei pedali, dalla quale non era possibile stabilire su quale dei due fosse stato depositato.

Il giorno successivo Marino ha eseguito due ulteriori corse, entrambe completamente negative, i cui tracciati non sono stati inseriti nel fascicolo processuale né consegnati ai periti del 2009, e la loro esistenza è emersa soltanto attraverso le acquisizioni documentali del 2025–2026, consentendo di confrontare risultati mai sottoposti alla valutazione della difesa o dei giudici del precedente procedimento.

Previderè e Grignani, riesaminando i dati grezzi delle corse del 19 e del 20 settembre, hanno ritenuto attendibili i profili positivi, riconoscendo tuttavia che la discordanza avrebbe richiesto ulteriori accertamenti, senza individuarne una spiegazione scientificamente sostenibile.

Il 20 settembre Marino aveva anche annotato un OBTI negativo su una delle tracce esaminate dopo lo smontaggio dei pedali, senza riportarne l’esito nella relazione originaria, mentre il precedente Combur positivo, trattandosi di un test presuntivo, non dimostrava la presenza di sangue umano, rendendo necessario distinguere i risultati degli accertamenti ematologici da quelli delle analisi genetiche, non potendosi attribuire ai consulenti la conoscenza di dati non compresi nella documentazione loro trasmessa.

Le verifiche hanno coinvolto anche il reperto 29, il cucchiaino utilizzato da Chiara durante la colazione, per la coincidenza delle concentrazioni nominali riportate nei risultati dei due reperti, benché ottenute con metodologie differenti, e Marino e Portera sono stati interrogati sulla successione delle operazioni del 19 settembre, ed ulteriori campionamenti non avevano confermato il profilo attribuito alla vittima mentre un documento del 26 settembre relativo al campione bu_p_bis conteneva indicazioni sulla presenza di DNA umano e maschile non confluite nella relazione originaria.

Il 25 settembre 2007 Marzio Capra ha dichiarato a Porta a Porta che il materiale genetico recuperato dai pedali, abbondante e perfettamente interpretabile, avrebbe consentito trecento o quattrocento caratterizzazioni molecolari, una valutazione difficilmente conciliabile con quella espressa il 20 ottobre 2026 da Garofano, che ha attribuito le corse negative al probabile esaurimento del campione, dopo avere peraltro descritto le tracce originarie come piccolissime.

Il verbale del 24 settembre 2007 attestava una generica presa visione dei risultati da parte di Avato, Fabbri e Capra, senza specificare quali operazioni del RIS fossero state effettivamente esaminate, tanto che il giorno successivo la difesa chiedeva ancora informazioni sulle analisi del 20 e 21 settembre.

Capra, nelle dichiarazioni del 2026, ha dapprima collocato le corse negative al 10 settembre, sostenendo successivamente che fossero state mostrate ai consulenti il 24, fino a richiamarne una conoscenza soltanto presunta, mentre Garofano continua a invocare il verbale di quella giornata che, tuttavia, non identifica le due corse, e Marino, pur presumendo di avere informato il comandante, ammette che ai risultati negativi potrebbe non essere stata attribuita la necessaria attenzione.

La difesa Stasi aveva tentato ripetutamente di ottenere i dati grezzi delle analisi genetiche, senza che i relativi tracciati fossero messi a disposizione neppure dei periti nominati da Vitelli nel 2009, chiamati proprio a riesaminare gli accertamenti sui pedali.

Nel 2017 la difesa ha nuovamente chiesto la documentazione completa, ottenendo dalla Corte d’Assise d’Appello un nulla osta al rilascio e un successivo provvedimento che ne riconosceva espressamente l’interesse, senza mai ricevere i dati richiesti, tanto che nel gennaio 2018 Giampietro Lago ha chiesto un parere all’Ufficio legislazione dell’Arma sulle richieste difensive e sulle conseguenze della mancata consegna.

Quegli stessi dati, rimasti negli archivi del RIS, sono stati trasmessi alla Procura di Pavia soltanto nel 2025, consentendo di individuare le corse negative del 20 settembre 2007, benché fossero disponibili otto anni prima, quando la difesa ne aveva più volte invano chiesto la consegna, e nonostante i provvedimenti favorevoli dell’autorità giudiziaria.

Un ulteriore punto riguarda il percorso della documentazione fra Parma e Milano; infatti una nota del 7 maggio 2013 attesta che la Procura generale di Milano ha restituito al RIS materiale cartaceo ricevuto in precedenza per il processo d’appello, ma non è dato sapere se quei fascicoli comprendessero anche le corse negative e, pertanto, va accertato se tali risultati fossero stati consegnati alla pubblica accusa oppure fossero rimasti negli archivi del laboratorio.

Ancora, la sorte dei reperti biologici pone un ulteriore e distinto problema poiché nel dicembre 2011 risultavano conservati undici eluati di DNA, nove riconducibili ai reperti ungueali e due identificati come 33dattilo e 97F, successivamente smaltiti nel 2016, senza che siano stati chiariti in modo completo né i tempi di eliminazione delle singole provette né il titolo che avrebbe autorizzato lo smaltimento, posto che Marino, nel corso di una riunione con i consulenti di parte, aveva garantito la loro conservazione.

Le successive dichiarazioni pubbliche di Lago contro il ricorso a un parere legale appaiono ancora più discutibili alla luce dei ripetuti dinieghi opposti alla consegna di dati genetici utilizzati in un processo per omicidio, perché il rispetto per l’Arma dei Carabinieri non può tradursi nella difesa incondizionata dell’operato dei singoli, soprattutto quando si tratta di accertamenti scientifici che avrebbero dovuto essere integralmente documentati e resi disponibili all’autorità giudiziaria.

Nella corrispondenza del 27 agosto 2008 Garofano auspicava che Mattei potesse spingersi un po’ sull’unicità del disegno e adombrare una misura tanto che il giorno successivo Mattei riconosceva che l’incompletezza delle impronte ne consentiva la compatibilità con la taglia di Stasi. Nello stesso scambio Garofano invitava persino a ridicolizzare le sue baggianate, riferendosi alle osservazioni di Avato, mostrando un interesse non limitato alla valutazione tecnica delle impronte, ma esteso al modo in cui contrastare le argomentazioni della difesa nel confronto processuale. Val la pena di ricordare che Garofano, il Signor Luciano Garofano, non aveva alcun ruolo in quel frangente posto che, allo stato degli atti noti, i consulenti nominati da Muscio erano Marino e Mattei.

Andrea Sempio è entrato nell’indagine a seguito degli approfondimenti genetici promossi dalla difesa Stasi che avevano evidenziato la compatibilità dei profili Y ungueali con la sua linea paterna, spiegata nel 2017 attraverso la frequentazione della villetta, mentre la perizia Albani del 2026 ha individuato profili maschili Y parziali compatibili con la medesima linea ed escludenti Stasi nelle relative comparazioni.

La natura non individualizzante del cromosoma Y non rende però irrilevante la posizione di Sempio, la cui frequentazione della casa costituisce una possibile spiegazione della presenza del materiale genetico sotto le unghie della Dottoressa Chiara Poggi, ma non ne chiarisce necessariamente le modalità e il momento del deposito, soprattutto alla luce delle lesioni interpretate come difensive, che impongono di valutare quella compatibilità nel contesto complessivo dell’aggressione.

L’impronta 33, attribuita a Sempio dai consulenti Iuliano e Caprioli e contestata dalla difesa, si trova sulla parete della scala che conduce alla cantina, a un’altezza compresa fra 135 e 156 centimetri dalla pedata del secondo gradino, proprio nell’area in cui Testi, Bitelli e Vittuari avevano ricostruito una fase della discesa del corpo, individuando tracce ematiche da gocciolamento, proiezione e contatto, sebbene tale collocazione non consenta di stabilire quando l’impronta sia stata lasciata o di considerare definitivamente accertata la sua attribuzione a Sempio. La parete era stata trattata con ninidrina il 20 agosto 2007 e l’impronta era stata individuata il 29 agosto, circostanze tutte utili anche a ricostruire le operazioni compiute sul reperto.

Nel soliloquio intercettato il 27 febbraio 2025 Sempio prendeva in considerazione la possibilità che gli investigatori trovassero una sua impronta o tracce del suo DNA nella villetta, spiegandone preventivamente la presenza con le abituali frequentazioni della casa, mentre le ricerche informatiche e le altre intercettazioni documentano il suo interesse per gli accertamenti genetici e contengono riferimenti a materiali eliminati e a ciò che gli inquirenti avrebbero potuto recuperare.

Un altro soliloquio riguarda un video conservato su una penna USB, che la Procura collega all’ipotesi che Sempio fosse a conoscenza di filmati intimi della Dottoressa Chiara Poggi, circostanza recisamente esclusa dal fratello Marco Poggi, sentito il 6 maggio 2026, ma gli scritti e le ricerche dell’indagato sono stati esaminati anche in relazione all’ipotesi di un approccio sessuale respinto, oggetto degli approfondimenti affidati a Roberto Catanesi.

Alle 9.58 del 13 agosto 2007 il telefono di Sempio agganciava una cella nell’area di Garlasco, alle 10.18 veniva emesso uno scontrino del parcheggio di Vigevano e alle 11.10 l’utenza tornava a registrare attività nell’area di Garlasco e nel tardo pomeriggio risultavano anche alcune chiamate verso l’abitazione Poggi. Lo scontrino, valorizzato nel procedimento del 2017 a sostegno dell’alibi, attestava esclusivamente l’emissione del titolo di parcheggio, senza identificare chi lo avesse acquistato, e le intercettazioni familiari hanno restituito versioni discordanti sul momento del suo ritrovamento.

La documentazione relativa al procedimento concluso con l’archiviazione del marzo 2017 comprende due versioni della nota Barbaini del gennaio precedente, le fotografie scattate da Pappalardo il 24 dicembre 2016 e comunicazioni che consentono di ricostruire parte della circolazione degli atti, fra cui quelli relativi alla consulenza di Garofano, che aveva effettuato il prelievo su Sempio il 30 dicembre 2016 e ricevuto l’11 gennaio successivo materiale della perizia De Stefano, nella stessa giornata in cui Tizzoni acquisiva documentazione presso la Corte d’appello di Brescia, senza che l’ex comandante, sentito nel 2025, manifestasse particolari perplessità sulla rapidità con cui gli era stata trasmessa.

Il decreto bresciano del settembre 2026 ha disposto l’archiviazione della contestazione corruttiva nei confronti di Mario Venditti, formulando tuttavia rilievi sulle modalità e sull’estensione degli accertamenti condotti nel 2017, e il riesame delle intercettazioni ha fatto emergere contenuti non adeguatamente rappresentati nelle informative originarie, sollevando interrogativi sulla corrispondenza fra le informazioni raccolte dagli investigatori e quelle effettivamente sottoposte alla valutazione del magistrato.

Con l’avviso di conclusione delle indagini del 7 maggio 2026, la Procura ha contestato ad Andrea Sempio l’omicidio della Dottoressa Chiara Poggi quale unico autore, con le aggravanti dei motivi abietti e della crudeltà, abbandonando l’ipotesi di concorso e delineando una ricostruzione nella quale i reperti ungueali, l’impronta sulla scala, la successione delle lesioni e gli altri elementi investigativi concorrerebbero a individuare un responsabile diverso da Stasi, pur a fronte delle contestazioni della difesa su alcuni degli accertamenti scientifici e delle interpretazioni posti a fondamento dell’accusa.

La mia convinzione sull’ingiustizia della condanna Stasi precede l’indagine contro Sempio e non dipende dall’individuazione di un responsabile alternativo, sebbene gli atti recuperati fra il 2025 e il 2026 abbiano modificato profondamente il mio giudizio sulle attività investigative, aggiungendo alle criticità della ricostruzione giudiziaria quelle relative alla produzione, alla conservazione e alla trasmissione delle prove.

Le analisi discordanti, i documenti rimasti fuori dal processo, le comunicazioni fra gli operatori e le spiegazioni fornite a distanza di diciannove anni non possono essere liquidati come semplici divergenze interpretative, soprattutto quando resta da chiarire chi conoscesse determinate risultanze, da quando ne fosse a conoscenza e per quali ragioni non fossero state messe a disposizione dei giudici e della difesa.

La revisione annunciata dai difensori di Stasi e l’eventuale processo a Sempio seguiranno percorsi autonomi, pur dovendosi confrontare con la stessa scena del delitto e con accertamenti dei quali oggi conosciamo aspetti rimasti estranei al precedente giudizio, sicché, prima che si alzi il sipario, non posso ignorare le responsabilità di chi quelle prove ha raccolto, analizzato e custodito, né accettare che il prestigio delle istituzioni venga invocato per sottrarre l’operato dei singoli a qualsiasi verifica.

E si tratta di una distinzione essenziale anche in vista della revisione, perché le risultanze raccolte contro Sempio e i dati che investono direttamente la tenuta delle prove utilizzate contro Stasi non hanno necessariamente lo stesso valore processuale.  

La definitività di una condanna non modifica ciò che è accaduto nella villetta di Garlasco, non restituisce le prove perdute e non cancella il significato di quelle rimaste negli archivi, mentre il rispetto dovuto all’Arma dei Carabinieri e alla magistratura esige che gli eventuali errori siano riconosciuti, le omissioni chiarite e le responsabilità accertate, perché difendere le istituzioni non significa difendere a ogni costo chi, nell’esercizio delle proprie funzioni, potrebbe averne tradito il rigore.

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Silent Jo

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