Ranucci può avere degli amici, Report no, perché Sigfrido è Sigfrido e voi non siete un cazzo
Il giornalismo delle frequentazioni, secondo il Vangelo di Sigfrido
Se dovessi accostare le note di una canzone che mi suona in testa mentre ragiono, a colpo sicuro sarebbe Lucio Battisti, "ma che disastro, io mi maledico, ho scelto te, Lavitola, per amico", con un’inevitabile licenza poetica per la quale, spero, Mogol non me ne vorrà.
Report, edizione Ranucci, ha insegnato che una fotografia non prova nulla, una cena non rende complici e un’amicizia non è un reato, ma frequentazioni, accessi e relazioni possono essere materia giornalistica e meritare domande, secondo un metodo che ha prodotto ottime inchieste e che vale la pena applicare con lo stesso parossistico rigore anche a chi lo ha amministrato e somministrato per anni. Sarebbe ipocrita fingere che il prudente ma abbia impedito ai servizi di suggerire, attraverso contesti e accostamenti, più di quanto affermassero esplicitamente.
Valter Lavitola non è un passante capitato per caso in un selfie accanto a Ranucci. Ex editore e direttore dell’Avanti!, uomo della zona grigia fra politica e affari, è stato condannato per tentata estorsione ai danni di Silvio Berlusconi e coinvolto in altre vicende giudiziarie legate ai fondi dell’Avanti!, robetta de 'na ventina de mijoni, alla compravendita di senatori e a Impregilo, come ha ricostruito ANSA, dunque un amico ingombrante ancor prima dell’idillio con Ranucci e che, nell’agosto 2026, ha ammesso di essere stato il mandante dell’attentato, sostenendo di aver agito per proteggerlo. Nessun elemento pubblico attribuisce a Ranucci conoscenza o partecipazione al progetto, ma ciò non rende irrilevante il rapporto fra i due.
Lavitola era ed è un amico vero, legato a lui da grande affetto e frequentato assiduamente, capace di fornire qualche dritta a Report e di ricevere consigli, ma alle inevitabili domande Ranucci ha opposto la formula Ranucci può avere degli amici, Report no, assicurando di aver governato la fonte.
Solo tre mesi prima Report aveva mandato in onda Un mafioso per amico, sulle frequentazioni di Gioacchino Amico negli ambienti di Fratelli d’Italia, mentre anni prima Ranucci aveva firmato L’Arena, ricostruendo cene e rapporti poi riconosciuti dalla Procura come fatti realmente accaduti. L’anomalia che stuzzica me è stata colta, più autorevolmente, anche da Gian Domenico Caiazza sul Foglio, perché il principio oggi invocato, ciascuno risponda delle proprie azioni e non delle proprie frequentazioni, mal si concilia con un giornalismo che proprio delle frequentazioni ha fatto materia d’inchiesta. Nessuno ricava dall’amicizia con Lavitola responsabilità inesistenti, ma separare oggi Ranucci da Report somiglia più a un’impresa titanica che a un principio e finisce per assumere i contorni di un’eccezione cucita su misura.
Nelle dichiarazioni successive alla confessione non è emersa una netta cesura dall’amico vero che ha ammesso di aver commissionato l’attentato, mentre Ranucci ha dichiarato di non essere un puro e che, potendo, andrebbe a cena persino con Totò Riina; quando però le domande vengono rivolte a lui, il metodo perde fascino, a Lavarone non parla dell’inchiesta e con Filorosso accusa i giornalisti Rai di volerlo delegittimare. Il giornalismo d’assedio, insomma, funziona finché l’assediato è qualcun altro, quando tocca Ranucci diventa delegittimazione.
Da qui l’ego imbocca la superstrada in un crescendo di supercazzole che il 12 agosto conduce a La voce che spaventa, dove Ranucci accosta Moro, Mattarella, Falcone e Borsellino agli uomini che l’Italia ucciderebbe per eccesso di chiarezza, provocando le reazioni di Manfredi Borsellino e Maria Falcone, per arrivare poi alla possibile fine di Regeni, facendo confluire la propria vicenda, Report e la libertà di stampa in un’epopea personale.
La sensibilità per la delegittimazione evapora anche trasformando gli altri giornalisti in avversari. Nel post contro Giulia Presutti e Daniele Piervincenzi Ranucci oppone al loro percorso il proprio cursus honorum, ricorda a Piervincenzi ascolti e lavori concessi, mentre di Presutti espone un periodo personale difficile, ne giudica coraggio e tenuta psicologica e le attribuisce opportunismo e furbizia, fino alla frase non ferisce chi non ti deve nulla, ferisce chi ti doveva tutto. Quel ti doveva tutto trasforma il collega aiutato in debitore e la gratitudine in cambiale morale.
Ieri un’altra puntata che sarei tentata di intitolare “gli strali di Ranucci”, dopo lo scontro verbale fra Salvo Sottile, Bernardo Iovene e Luca Bertazzoni, Ranucci ha rivendicato che la mia squadra è sempre la mia squadra, celebrandone spalle d’acciaio e schiena dritta e attribuendo alla controparte arroganza e miserie di chi si sente protetto dal potere.
Metodo Sigfrido o redazione Report?
Se gli articoli contro Ranucci sono fango, le domande delegittimazione, chi gli succede è ingrato o inadeguato e chi lo critica protetto dal potere, mentre la sua squadra resta la mia squadra, quasi che la fedeltà al giornalismo finisse per confondersi con quella alla sua persona, vien da pigolare che il metodo si arresta dove comincia Sigfrido.
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