The Importance of Being Earnest, aka frank, sincere, honest… therefore consistent
Tizzoni e l’insostenibile leggerezza del giudicato altrui
Nel 2018 Giulia Ligresti entrò a San Vittore in esecuzione della sentenza definitiva di patteggiamento pronunciata nell’ambito della vicenda Fonsai. I suoi difensori, Davide Sangiorgio e Gian Luigi Tizzoni, ritenendo quel giudicato suscettibile di revisione, presentarono istanza; la Corte d’appello sospese l’esecuzione della pena e, pochi mesi dopo, accolse la revisione, revocò la sentenza di patteggiamento e assolse Ligresti perché il fatto non sussiste.
Qui non si celebrano i successi di Tizzoni, si parte da un precedente professionalmente significativo per ragionare sul criterio con cui si è rapportato alle decisioni definitive prima di compiere, qualche anno dopo, un salto lessicale assai più minerale.
Quando il giudicato riguardava Ligresti, Tizzoni spiegò che la revisione trovava fondamento nel contrasto fra giudicati e, ottenuta l’assoluzione, i difensori dichiararono che quella sentenza "ristabilisce la verità su un'operazione finanziaria la cui reale storia inizia finalmente ad essere scritta".
Se ne ricava il principio secondo cui una sentenza può essere definitiva senza che, per ciò solo, debba esserlo anche la verità che contiene [spoiler alert].
Nella vicenda Pamiro, Tizzoni e Andronico si opposero a una richiesta di archiviazione ottenendo nuovi accertamenti e, quando la Procura tornò a chiederla, si opposero nuovamente, stavolta senza successo. Nulla di anomalo, see non la conferma che gli strumenti per contestare conclusioni ritenute insoddisfacenti esistono e Tizzoni li conosce e li usa.
Comprenderete allora il mio scoramento quando, nel gennaio 2026, affermò che le sentenze su Alberto Stasi "rimangono granitiche", sino a definire "golpe giudiziario per via mediatica" il tentativo di demolirle sul piano della narrazione pubblica.
Superato lo scoramento, davanti a granitico mi rivedo sui banchi del liceo a rimembrar la magnificenza dei granitici e scultorei glutei delle statue greco-romane; il problema, però, non è l’aggettivo, bensì la diversa consistenza che il giudicato sembra assumere a seconda di chi riguardi.
Nel maggio 2025 Tizzoni aveva dichiarato che "lo Stato ai Poggi ha consegnato la verità, ma oggi quella verità non la difende", così il giudicato cessava di essere soltanto una decisione definitiva, stabile salvo i rimedi previsti dall’ordinamento, per sovrapporsi alla verità stessa.
Me cojoni, direbbero a Roma.
Se una conclusione non coincide con quella che Tizzoni ritiene corretta, può dunque essere contestata, approfondita e persino sottoposta a revisione; se invece riguarda Stasi, diventa granitica, dogmatica, e il ritorno sugli atti viene vissuto come un attacco a ciò che lo Stato avrebbe già accertato.
Again, a Roma si produrrebbero in un roboante SGC! [ndr: sti gran cazzi, per i non autoctoni].
Che Garlasco non sia stato per Tizzoni un fascicolo qualsiasi lo racconta lui stesso in Processo Garlasco: diritto alla verità, dove definisce gli anni delle assoluzioni di Stasi "nostre sconfitte", la condanna del 2015 una "vittoria" e la vicenda "dieci anni della mia vita". Racconta inoltre che, al funerale di Chiara Poggi, qualcosa gli impedì di stringere la mano a Stasi, benché allora, ammette, non vi fosse alcun motivo per quella distinzione, salvo reinterpretarla undici anni dopo.
Nel volume compare anche il tema della pedopornografia, nonostante l’assoluzione definitiva di Stasi.
Tizzoni scrive anche che, nelle prime fasi, il legale della persona offesa è "poco o per nulla informato" sul fronte investigativo. Dieci anni dopo, nell’indagine Sempio del 2017, l’allora pm Stefania Pezzino avrebbe invece definito "normale condividere con l’avvocato Gian Luigi Tizzoni i passi delle indagini", riferendo contatti, scambi di opinioni e documentazione del precedente procedimento acquisita da lui.
Il dato non prova alcuna irregolarità, ma rende lecito interrogarsi su quell’interlocuzione, soprattutto oggi che la Procura è tornata sugli atti e le indagini Clean hanno acceso i riflettori sul cosiddetto "sistema Pavia".
Nello stesso quadro si colloca la stanza 27, dove, secondo Luigi Grimaldi, sarebbe comparsa in cassaforte una cartellina intestata "TIZZONI" ma, finché non avremo gli atti, quel dato non prova nulla.
A Tizzoni non si chiede di smettere di ritenere colpevole Alberto Stasi, ma di riconoscere agli altri la stessa legittimità della ricerca che ha rivendicato quando una verità giudiziaria non lo convinceva perché se un giudicato poteva essere sbagliato per Ligresti, la definitività non può diventare infallibilità per Stasi.
Be earnest, Counsel! I dare you. I double dare you, per dirla con Jules Winnfield senza apocrifi passi di Ezekiel.
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