Virgola

Se dici a un paziente che sta per morire e due esami sconfessano il risultato, devi dirglielo

Ma Luciano Garofano chi si credeva di essere allora e chi cazzo pensa di essere oggi?

Se dici a un paziente che sta per morire e due esami sconfessano il risultato, devi dirglielo
Se dici a un paziente che sta per morire e due esami sconfessano il risultato, devi dirglielo Silent Jo

Nessuno, è un pensionato, ex comandante del RIS, e il primo passo per ridimensionare un ego di questa portata consiste nello strappargli di dosso l’aura istituzionale che pretende ogni volta che qualcuno mette mano a ciò che accadde nel RIS di Parma nel 2007, perché Luciano Garofano non è il RIS, non è l’Arma e il grado che ha portato non lo sottrae né alla critica né al controllo dell’autorità giudiziaria, qualora ne ricorrano i presupposti. È stato generale e chiamarlo oggi signore, dottore o semplicemente Luciano Garofano non costituisce lesa maestà, perché quel grado appartiene alla sua carriera e nessun civile è tenuto a tributarglielo per trascinamento.

Allora comandava un reparto esistito prima di lui e rimasto in piedi dopo di lui, perciò chiedere conto delle decisioni assunte sotto il suo comando, dei risultati prodotti nei laboratori che dirigeva e delle informazioni arrivate o meno alla Procura significa ricostruire responsabilità individuali, non attaccare i carabinieri o il RIS.

Garofano impazza nei programmi dedicati a Garlasco riversando una prodigiosa diarrea verbale su ogni virgola della vicenda, mentre davanti al procuratore aggiunto Stefano Civardi, l’unica autorità alla quale potrebbe cinguettare armonicamente e con dovizia di particolari, anziché far eclissare Giuseppe Di Stefano rende una prestazione da dilettanti allo sbaraglio, prossimo all’afonia.

Marco Pizzamiglio ha attribuito ad Alberto Marino un’«eccellente esperienza pratica» che Garofano, a suo dire, «non ce l’ha, non ce l’ha mai avuta», riconoscendogli capacità di coordinamento e raccontando che Garofano, rientrato dal Brasile, aveva rimesso mano all’organizzazione predisposta in sua assenza per riaffermare chi comandasse. Garofano non ha rivendicato una superiore competenza tecnica, ma il comando, spiegando che, quando i collaboratori non concordavano, decideva lui.

Il 19 settembre 2007 dal campione bu_p, ottenuto dal materiale raccolto sui pedali della Umberto Dei, la prima bici Transgender, veniva ricavato il profilo attribuito a Chiara Poggi; il giorno successivo Alberto Marino, consulente tecnico nominato dal pubblico ministero Rosa Muscio, sottoponeva lo stesso campione ad altre due corse elettroforetiche per «ulteriormente approfondire» e, secondo la ricostruzione della Procura di Pavia, entrambe risultavano totalmente negative.

Il 24 settembre Marino firmava la relazione preliminare confluita nel decreto di fermo di Alberto Stasi con il positivo del 19, mentre delle due corse che la Procura colloca al 20 non compariva traccia negli atti del procedimento e del processo. Sentito nel 2026, alla domanda se ne avesse parlato con Garofano, Marino ha risposto «presumo di sì», precisando che i rapporti con il magistrato li teneva il comandante.

I consulenti della famiglia Poggi contestano la collocazione cronologica delle due corse attraverso una diversa lettura dei metadati, ma se quei tracciati erano conosciuti e disponibili occorre spiegare perché i due specifici file non risultassero negli atti del procedimento messi a disposizione delle parti.

La vergogna, se la ricostruzione della Procura troverà ulteriori conferme, non starebbe nell’avere ottenuto risultati discordanti, perché possono esistere e devono essere spiegati, ma nell’avere portato fino al pubblico ministero il positivo che contribuì quattro giorni dopo al fermo di un uomo senza che risultassero disponibili anche i due esiti contrari.

È come se un medico annunciasse a un paziente una malattia terminale destinata a ucciderlo di lì a poco e il giorno successivo, ripetendo due volte l’esame, ottenesse due risultati negativi senza comunicarglieli. Può essere corretto il primo, possono esserlo gli altri due oppure può esistere una spiegazione della discordanza, ma proprio per questo occorre approfondire e non spetta al medico scegliere quale referto il paziente debba conoscere, lasciandolo per vent’anni ad aspettare di stirare le zampe.

Nel 2009 il giudice Stefano Vitelli incaricava Fabrizio Bison, Carlo Robino e Lorenzo Varetto di riesaminare anche il materiale dei pedali; i tre periti ricevevano l’elettroferogramma positivo di bu_p del 19 settembre 2007, mentre nell’inventario della documentazione messa a loro disposizione non comparivano le due corse oggi riemerse dai raw data.

Pur senza quei tracciati, mettevano già in discussione la natura ematica del materiale attribuito a Chiara. Marino lo riteneva con alta probabilità sangue e giudicava «inutile, dispersivo e fuorviante» il test specifico per l’emoglobina umana; Bison, Robino e Varetto osservavano invece che, se i 2,8 ng/µl fossero derivati da sangue, la quantità sarebbe stata largamente superiore alla soglia di rilevazione del test, contestavano la lettura dei presunti globuli rossi e concludevano che non fosse scientificamente possibile stabilire la natura del materiale biologico, né quando e come fosse arrivato sui pedali.

Il positivo è quindi entrato nel procedimento ed è arrivato ai periti del giudice, mentre i due tracciati discordanti no; se spetta all’indagine stabilire chi ne fosse a conoscenza, perché non risultassero negli atti e se vi sia stata una scelta consapevole, è invece insostenibile affermare che nulla sia rimasto fuori, perché la documentazione prova per tabulas il contrario.

Previderè e Grignani ne hanno confermato l’esistenza, ritenendo che la discordanza avrebbe richiesto un approfondimento del quale le verifiche svolte non hanno trovato riscontro. Nessuno attribuisca loro parole che non hanno pronunciato, perché i due esperti si sono espressi sui dati esaminati e non sulle conclusioni che altri vorrebbero trarne.

Le opinioni della famiglia Poggi e dei loro consulenti non hanno alcun valore scientifico superiore per il solo fatto di provenire dalla parte civile, mentre Alberto Stasi ha scontato undici anni di carcere e ogni dato capace di incidere sulla ricostruzione probatoria deve essere verificato fino in fondo.

Garofano deve smetterla di evocare il RIS ogni volta che qualcuno gli chiede conto del proprio operato, perché verificare condotte riferibili a singole persone non significa mettere sotto accusa l’Arma, ma distinguere chi eseguiva, chi riferiva, chi coordinava e chi comandava.

Negli ultimi mesi abbiamo assistito alle sortite di Luciano Garofano intento a intimare a Giada Bocellari di stare zitta, a definire squallido Antonio De Rensis e, giusto stamattina, a interrompere un collegamento su Storie Italiane rivolgendogli un «spero che ci arrivi anche lei alla pensione». Che consideri ingiuste tutte le contestazioni che vuole, ma il grado non trasforma le domande in lesa maestà e i non ricordo in risposte.

Agli inquirenti interessa capire che cosa sapesse delle due corse negative e come sia stato possibile che chi doveva valutare quel reperto disponesse del positivo e non dei due tracciati che lo contraddicevano; della tua arroganza e della tua maleducazione, carissimo Luciano, non frega un fico secco a nessuno.

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