Il punto da cui ripartire
Premessa
Il decreto di archiviazione del 17 settembre 2026, con cui il GIP di Brescia Mauroernesto Macca ha escluso che Mario Venditti abbia ricevuto denaro per favorire Andrea Sempio, offre un punto di osservazione assai più utile di quello dal quale avevo inizialmente pensato di cominciare questo percorso.
Se gli si può concedere che non individui un accordo corruttivo, vale a dire un passaggio di denaro al magistrato o rapporti tali da ricostruire lo scambio ipotizzato dagli inquirenti, le somme uscite dalla disponibilità della famiglia Sempio restano e sono state trasformate in contanti, senza che la loro destinazione risulti chiarita, tanto che Giuseppe Sempio resta indagato.
Soprattutto, quel decreto non cancella le anomalie dell’indagine del 2017, distinguendole dalla posizione di Venditti e collocandole, quasi tutte, sul diverso piano dell’attività di polizia giudiziaria.
Fra il deposito degli atti della difesa Stasi e la richiesta di archiviazione del 15 marzo 2017 trascorsero appena tre mesi, mentre il possibile esito veniva preconizzato, con straordinarie doti da Nostradamus, già il 6 gennaio, appena ventiquattro giorni dopo il deposito dell’istanza della difesa Stasi.
A quella data Andrea Sempio non era stato interrogato, Francesco De Stefano non era stato sentito, i tabulati non erano ancora stati acquisiti e le intercettazioni non erano neppure state disposte.
Pochi giorni dopo irrompeva Laura Barbaini, sostituto procuratore generale che aveva sostenuto l’accusa nel processo d’appello bis conclusosi con la condanna di Alberto Stasi e alla quale erano state assegnate le nuove istanze della sua difesa.
Il 17 gennaio Barbaini scrisse infatti un Appunto per Mario Venditti nel quale la pista Sempio veniva sostanzialmente esclusa prima ancora che gli accertamenti principali avessero avuto luogo. Nelle tredici pagine Stasi veniva descritto come un soggetto che avrebbe sempre selezionato il materiale da mettere a disposizione degli investigatori, tentando ancora nel 2017 di condizionarne l’azione, mentre l’ipotesi Sempio veniva giudicata priva di raziona-lità e plausibilità pratica.
Secondo quella lettura, Sempio non avrebbe avuto alcuna collocazione nella vita di Chiara Poggi e le modalità di ingresso nell’abitazione avrebbero presupposto una confidenza sostanzialmente riferibile soltanto a Stasi.
Il problema non stava nell’esistenza di una valutazione, ma nel momento genetico in cui venne formulata, perché le attività connesse all’indagine non erano ancora partite, mentre l’ipotesi alternativa veniva giudicata prima di essere investigata, ripiegando sul precedente giudicato, assurto a filtro attraverso il quale leggere un’indagine che avrebbe dovuto essere nuova.
Il 23 gennaio comparve inoltre un secondo appunto, anch’esso non firmato e non presente nel fascicolo processuale di Pavia, passando dalle tredici pagine del primo alle trentuno della nuova versione, estesa ai tabulati, alla consulenza Linarello e alla relazione Tartaglia, richiamata decine di volte.
L’informativa del Nucleo Investigativo del 2026 lo definisce una versione alternativa o integrativa dell’appunto del 17 gennaio, senza che risulti chiarito il rapporto fra i due documenti né la funzione concretamente svolta nella formazione dell’orientamento successivo.
Dentro questa cornice prese corpo l’indagine, affidata a una struttura investigativa limitata e sviluppandosi attraverso accertamenti esigui, tabulati acquisiti soltanto in parte, intercettazioni circoscritte e non trascritte integralmente, una sola delle due autovetture autorizzate effettivamente sottoposta a captazione e nessun nuovo approfondimento tecnico-scientifico.
Riascoltate anni dopo, alcune conversazioni restituirono contenuti mai entrati nella rappresentazione trasmessa ai magistrati, diventando significative non soltanto per ciò che contenevano, ma anche per quanto era stato omesso.
Il decreto Macca separa queste carenze dall’ipotesi corruttiva, individuando nella scarsa qualità del materiale investigativo trasmesso una possibile spiegazione autonoma dell’esito favorevole a Sempio e richiamando le responsabilità di chi materialmente ascoltava e trascriveva le conversazioni.
L’archiviazione di Venditti non dimostra quindi una responsabilità di Sempio nell’omicidio, ma nemmeno conferisce affidabilità a un procedimento già fortemente orientato prima che la sua parte sostanziale fosse stata svolta.
Ci si può allora interrogare su quale destino avrebbe avuto quel procedimento se agli stessi magistrati, o ad altri chiamati a valutarlo, fosse arrivato tutto il materiale prodotto dalle indagini, correttamente acquisito, trascritto e valutato, svolgendo anche gli approfondimenti ancora possibili.
Il tempo trascorso aggiunge problemi ulteriore, dal momento che, alcune delle anomalie del 2017 trovassero riscontro in condotte penalmente rilevanti, l’accertamento arriverebbe quasi dieci anni dopo i fatti, dovendo inevitabilmente confrontarsi con i termini di prescrizione previsti per i diversi reati eventualmente configurabili. Il delitto di depistaggio esisteva già nel 2017, ma il tempo trascorso potrebbe incidere sulla perseguibilità di responsabilità.
Neppure l’archiviazione di Mario Venditti rende la sua posizione immutabile, fotografando quanto è stato possibile accertare sulla base del materiale oggi disponibile, mentre l’eventuale emersione di nuove fonti di prova potrebbe consentire una riapertura delle indagini.
Nel 2017 l’archiviazione non presupponeva la ragionevole previsione di condanna prevista oggi dal codice, dovendo gli elementi raccolti risultare non idonei a sostenere l’accusa in giudizio. Erano trascorsi appena dieci anni dall’omicidio, molti reperti esistevano ancora e diverse verifiche rimanevano materialmente praticabili.
Oggi altri investigatori, in parte muovendo dagli stessi dati e aggiungendone di nuovi, hanno costruito nei confronti di Sempio un quadro accusatorio radicalmente diverso, articolandolo in ventuno elementi, alcuni riferiti alla medesima traccia, altri derivanti da acquisizioni nuove, altri ancora dalla rilettura di materiale già disponibile.
Per comprenderne origine e peso occorre quindi tornare al 2007, distinguendo ciò che soltanto il progresso tecnico avrebbe consentito di conoscere da quanto poteva già essere raccolto, misurato, sequestrato, fotografato, campionato o conservato con gli strumenti dell’epoca, ma non fu fatto.
La scena venne attraversata da numerose persone prima della completa cristallizzazione, anche senza adeguate protezioni, producendo calpestamenti e modificazioni; i tabulati dei familiari e dei frequentatori non furono acquisiti sistematicamente, mancando perfino quello completo di Marco Poggi, mentre le calzature dei soggetti comparabili con le impronte non vennero censite e misurate.
Alcuni reperti insanguinati non furono campionati, il tappetino della cucina davanti alla zona della traccia 61 non venne sottoposto a luminol e fu successivamente arrotolato, mentre una parte del materiale fotografico andò perduta o non venne conservata integralmente.
Il computer di Alberto Stasi venne utilizzato prima della corretta acquisizione forense, producendo modificazioni documentate su oltre novecento file; anche l’acquisizione del computer di Chiara Poggi presentò criticità nella verbalizzazione, mentre la chiavetta USB rinvenuta fra i suoi oggetti venne prelevata senza adeguata verbalizzazione, comparendo e scomparendo dalla sequenza documentale e dalla casa prima della successiva acquisizione formale.
In cucina non vennero sviluppati nell’immediatezza altri possibili accertamenti, dal contenuto del secchio dei rifiuti ai due cucchiaini presenti nel lavandino e alle confezioni alimentari, e neppure furono smontati i sifoni di bagno e cucina pur discutendosi dell’eventuale lavaggio dell’aggressore.
La parete interessata dall’impronta 33 venne sottoposta a un prelievo che consumò il materiale disponibile, il corpo non venne pesato e la temperatura dell’abitazione non fu ricostruita attraverso misurazioni differenziate degli ambienti; inoltre, pur essendo presenti impronte sul pigiama della vittima, la movimentazione del corpo ne compromise la successiva valutazione.
Una traccia ematica era rilevante anche nel 2007, come lo erano un telefono, un’impronta, una scarpa, un computer, un tabulato o un residuo biologico, potendo cambiare nel tempo la capacità di interpretarli ma non la necessità di documentarli, acquisirli e conservarli quando erano ancora disponibili nelle condizioni originarie.
Nel 2007 Alberto Stasi, ventiquattrenne e fidanzato di Chiara Poggi, diede l’allarme e divenne rapidamente il centro dell’indagine, rectius, il colpevole, mentre Andrea Sempio, apparentemente appartenente alla cerchia di frequentazioni di Marco Poggi, rimase ai margini di accertamenti che nei suoi confronti si esaurirono sostanzialmente in poche domande.
Il percorso seguirà quindi la formazione di quel patrimonio probatorio, facendo emergere gli errori insieme agli atti che li produssero e seguendone le conseguenze, dalla scena del 13 agosto all’ora della morte, dal percorso attribuito a Stasi alle prove scientifiche e alle sentenze, passando per il DNA sottoungueale, il procedimento Sempio del 2016–2017 e le nuove indagini, accertando che cosa fosse disponibile in ciascun momento, come venne raccolto e interpretato e perché alcune ipotesi furono esplorate fino in fondo mentre altre vennero escluse quando l’indagine doveva ancora cominciare.
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