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Questa del cucchiaino è la storia vera, ok, verosimile

... che scivolò sul pedale a primavera, no, a fine estate

Questa del cucchiaino è la storia vera, ok, verosimile
Questa del cucchiaino è la storia vera, ok, verosimile Silent Jo

Il 19 settembre 2007 dai pedali della bicicletta di Alberto Stasi, così ci fu detto, emerse un profilo genetico attribuito a Chiara Poggi, con una quantificazione sorprendentemente vicina a quella del campione 29, ricavato dal cucchiaino, praticamente identica.

Con circa vent’anni di ritardo e del tutto fortuitamente abbiamo scoperto che il 20 settembre erano state ripetute due volte le analisi sul materiale dei pedali, con altrettanti risultati negativi, mai finiti negli atti processuali e riemersi soltanto per un accidentale ritrovamento.

Sempre con comodi vent’anni circa di ritardo, quei birbantelli della Procura di Pavia hanno scoperto che, sempre il 20 settembre 2007, il buon Marino aveva anche eseguito un Obti test, pur’isso negativo, su una traccia del pedale ma, nemmeno a dirlo, neanche questo risultato era comparso nella relazione né negli atti processuali, sebbene già il 25 settembre l’allora dottor Fabbri avesse chiesto proprio quell’accertamento, ricevendo un diniego da Marino poiché, a detta di quest’ultimo, le tracce erano estremamente esigue.

Tempo dopo, il buon Marino, anvedi ecco Marino, la sagra c’è dell’uva, si spinse oltre con i periti nominati dal giudice Vitelli, sostanzialmente scoraggiandoli dal procedere con il medesimo accertamento, sempre opponendo la medesima obiezione, ma senza fare menzione dell’esistenza del test già eseguito e, ovviamente, risultato negativo.

A chi non è mai sembrato strano quel DNA tirato fuori proprio dal cucchiaino, con una scena del delitto così stravolgente, con il sangue della povera Chiara Poggi sparso in ogni angolo di quella casa?

Eppure, da quanto sta emergendo, già il 4 settembre 2007 il RIS aveva acquisito il campione biologico di Chiara Poggi, mentre il nostro nannì, nannì, quasi vent’anni dopo avrebbe giustificato il ricorso al cucchiaino sostenendo che quel campione non fosse disponibile e, pare, si dice e si mormora, non ricordasse nemmeno che fosse arrivato in laboratorio.

Questi sono ingredienti eccellenti con i quali qualunque provetto curioso si impelagherebbe nell’ardua impresa di non cedere alla tentazione di formulare qualche congettura.

E se il DNA attribuito ai pedali non fosse mai provenuto dai pedali, ergo se proprio di tracce di DNA non vi fosse stato uno straccio di traccia su quella cazzo di bici transgender Umberto Dei indagata come bici da donna nera, eh? eh?

E se Portera, per svista, per errore o per altri fattori o fattoresse, si fosse ritrovato a eseguire la corsa del 19 settembre utilizzando materiale riconducibile al cucchiaino e Marino, insospettito da tanto ben di Dio, avesse ripetuto l’analisi il giorno successivo, scoprendo che quel risultato non era riproducibile?

Qui mi addentro in un campo delicato e periglioso, fatto di mere ipotesi che mi sospingono verso un crinale delicatissimo, sul quale mi pare di intravedere la subitanea consapevolezza di Marino, o quantomeno un tremendissimo dubbio circa un possibile errore.

Ed eccolo che, dopo il primo negativo, ne avrebbe fatto un altro. Cazzo, no! Negativo, di nuovo!

Ne immagino lo sgomento e lo smarrimento ma, a quel punto, non sapendo cosa fare, tipo fare la cosa giusta, come correggere e correre di corsissima dalla Muscio mettendo in discussione l’intera costruzione accusatoria, immagino che ne abbia parlato con un superiore.

Certo non posso sapere chi potesse essere l’interlocutore e, tra un che si fa e l’altro, avrebbe dimenticato, so to say, quanto accaduto, per essere scoperto con troppi anni di ritardo.

Potrebbe essere andata così oppure no, noi non c’eravamo e non abbiamo elementi per attribuire a Marino quei pensieri, quelle intenzioni o quel colloquio, che appartengono esclusivamente alla mia congettura ma, più che altro alle cure della Procura affinché scopra tutto ciò che si può ancora scoprire.

Certo è che il cumulo di omissioni, risultati rimasti fuori dagli atti e silenzi durati quasi vent’anni non può passare sotto silenzio, perché ne va dell’onore dell’Arma, dei RIS e del sistema giustizia.

Davvero, non è proprio possibile non appellarsi alla coscienza di chi sa, perché più di qualcuno potrebbe sapere come siano andate davvero le cose e perché questo castello che si sta sgretolando sta raccontando qualcosa che sembra andare ben oltre la storia di un singolo errore, mostrando omissioni e contraddizioni che attraversano quasi vent’anni, troppe signora mia, troppe!

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